Tommaso Landolfi. Le due zittelle
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TOMMASO LANDOLFI

LE DUE ZITTELLE

© 1992 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO

 

Capitolo primo......................................................11

Capitolo secondo .................................................20

Capitolo terzo ......................................................28

Capitolo quarto ....................................................39

Capitolo quinto ....................................................50

Capitolo sesto ..................................................... 62

Capitolo settimo ..................................................76

Capitolo ottavo ....................................................91

Conclusione .........................................................99

Nota ....................................................................102

 

Nota al testo di Idolina Landolfi ..........................105

 


 

CAPITOLO PRIMO

 

In uno scorante quartiere d'una città essa medesima per tanti versi scorante, al primo piano d'una casa borghese vive­vano due zittelle colla vecchia madre. E buon per il lettore ch'io non sento il dove­re, che a quanto sembra altri sente impe­rioso, di descrivere minutamente simili luoghi! Ce ne sarebbe di che fare entrar le paturne al meglio disposto. Con che costrutto non so vedere; dunque cerche­rò di limitarmi qui ai cenni strettamente indispensabili, che sarà fin troppo.

Il quartiere era tutto risonante di nomi di patrie battaglie, come sarebbe Montebello, Castelfidardo e simili, le quali vie sboccavano in una piazza denominata appunto Indipendenza, o le correvano nei pressi. Pure, tanta gloria era lì fuori di posto, per non dire addirittura sconveniente, e ad ogni modo non riusciva a turbare in nulla la tranquilla, degna e un poco sonnolenta vita degli uomini e delle cose. A farla breve, lì lungo le strade, di rado percorse da vetture e di rado anche da passanti, alle case s'alternavano fre-

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qunti muri di giardini, sopravvanzati a tratti da un'avara e polverosa chioma d'albero, eucalitti chissà o altri eunuchi vegetali. Giacché poi quei giardini appartenevano ai numerosi monasteri del quartiere, i quali, per essere attaccati al­le case e per altri motivi più profondi, estendevano in parte su queste e dentro queste il loro dominio e il loro sentore. Epperò, volendo dir tutto e in modo sbri­gativo, nell'intero rione si respirava una vaga aria di grettezza e di reazione, in aperto contrasto colla nomenclatura stra­dale; e si sentiva un riserbo alquanto ipo­crita nonché, più pertinentemente, un odor di moccoli e di panni sporchi. Non già che la degna compostezza degli abi­tanti ne soffrisse troppo, ma a un igna­ro visitatore quella sarebbe pur sempre apparsa una regione di gente per lo più in mezzo lutto e sempre col naso sudato. E insomma gli sarebbe sembrato che su ogni cosa si fosse deposta un'impalpabile polverina grigia.

Anche la parlata della gente, una specie di dialetto indefinibilmente suburbano, era molle e un ché untuosa: i bischizzi dei bottegai si spingevano fino alla coprolania, ambito favorito delle persone in talare, ma non raggiungevano mai l'oscenità. Quanto alla cosiddetta vita moderna, ar-

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rivava lì in forme blande, estremamen­te familiari oltreché bacchettonesche. Il locale cinematografo, uno appunto di quelli che si dicono rionali, non aveva quasi mai bisogno d'apporre il cartello: «vietato ai minori d'anni 16». Negli in­tervalli della proiezione la ragazzaglia e qualche giovinastro si prendevano sì lo spasso d'infastidire, da un capo all'altro della sala semivuota, uno spettatore iso­lato, naturalmente un vecchiotto calvo, rubesto e dalla voce stentorea; quando però questi, voltosi fra stupito ed offeso, li avesse rimbeccati, prendendo a testi­moni le seggiole piegate in due: « tutta la canagliola di via Calatafimi, guardate!», gli altri si limitavano a ribattere concilian­ti: «Ahò, ‘sti bocci se vonno mette co’ noi!», e la cosa finiva qui.

Le due zittelle, che chiameremo Lilla e Nena (diminutivi frequenti fra persone della loro categoria), vivevano dunque a un primo piano, in un piccolo apparta­mento formato da un certo numero di anguste stanze che davano per metà sulla strada e per metà su una squallida corte, di quelle ove si pongono ad asciugare gli strofinacci, si battono i tappeti eccetera,

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e donde a tutte le ore sorge un tristissimo odor di risciacquature.  Questa corte era pero aperta da un lato, e precisamente confinava per una rete metallica con uno dei giardini monacali cui s'è più sopra accennato. Nel qual giardino era posta, riunita all'edificio principale solo per una parete, una pigola cappella simile a un padiglione, che era poi la chiesa del monastero. Due eucalitti appunto la ombreggiavano; biancastri e viscidi, né il giardino, chiuso per i rimanenti tre lati da alte mura, vantava altri alberi o al­tre vegetazioni. Malinconico giardino in verità, somigliante piuttosto al cortile d'un carcere; a determinate ore vi si potevano vedere le monache dirigersi in silen­ziosa fila alla cappella, o uscirne, o sosta­re immammolate per un tempo.

Tale era ad ogni modo il paesaggio abi­tuale delle due zittelle, che per diversi motivi, come l'ubicazione della cucina nell'appartamento e l'oscurità delle stan­ze sulla strada, usavano per lo più tratte­nersi da questa parte della casa. La casa stessa, poi, era addobbata con un certo medio e muffoso decoro, come tante del genere: nel tinello suppellettili di giunco e cuscini stampati a fuoco, nel salotto buono (quasi sempre chiuso) divani e pol­trone ricoperte di velluto verde, e della

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medesima stoffa il tappeto sulla tavola, con un passamano a fiorellini rosa. Giac­ché quelle donne erano quasi ricche, seb­bene alquanto tirchie: nate in un paesino all'estremo limite della provincia, vi ave­vano terra al sole.

Lilla e Nena potevano avere un po' meno di sessant’anni. La prima, magra e allam­panata, la più dolce di carattere e ignara, per non dire la più insipiente, soffriva di stomaco e un tanto di nervi, portava uno stringinaso d'oro assicurato all'orecchio da una catenina dello stesso metallo, e s'aiutava inoltre con un occhialetto che teneva appeso al collo, occhialetto di cui una lente s'era ormai da molti anni fenduta. La seconda soffriva di cuore, ma in complesso si manteneva alquanto meglio della sorella, il che si rifletteva sulla sua indole. Ambedue erano sempre vestite di nero o comunque di scuro, con certi giubboncelli o tuniche senza vita, e le spalle coperte da una breve pellegrina di lana viola o uno scialle di bigia; avevano i capelli, spesso in disordine e ritti verso la nuca e le tempie, fra bigi anch'essi e vaga­mente rossastri, dovuto ciò ad antichi tentativi di serbarli neri; e infine, com'è chiaro, sui loro visi, nei solchi fra le pinne del naso e le guance, e così pure in qual­che ruga delle più profonde, stagnava

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perennemente un denso sudore, simile a sego.

La loro vita era stata ed era adesso, salvo quanto verremo dicendo, press'a poco quella che si può immaginare, e non occorre spenderci troppe parole. Il cer­chio delle loro relazioni comprendeva sopratutto parenti lontani o lontanissimi (che di prossimi non ne avevano più) e affini, le cui visite esse ricevevano ogni tanto, rendendole tuttavia di rado. Fra costoro converrà brevemente citare almeno un capufficio al Ministero dell'A­gricoltura, dagli occhi assai sporgenti e dal fiato cattivo, ingiallito al suo tavolo malgrado certe letterarie velleità di giovinezza; uomo di grande veemenza esterio­re e verbale, che affettava di dire (come spesso ripeteva) pane al pane e vino al vino, né esitava a definire il suo ufficio «lo scatarro più lercio della sputacchiera ministeriale», colla qual dubbia anfibo­logia intendeva certo gettare il discredito su tutto il suo dicastero.

Un contrammiraglio anche lui giallo, con metà della testa pelata o sgusciata e il naso lungo, privo per contro quasi al tutto di mento; il quale, quando parlava, da quel naso appunto, di fra i peli, lasciava cader le parole come caccole (che è il modo di parlare detto da alcuni ragazzacci «a

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spengimoccolo», ipotiposi di cui all'occorrenza gli impudenti fanno uso anche riguardo ad altra funzione poco meno importante della favella). Contrammira­glio dice al cuore di magnanime imprese, di liberi spazi e di paesi lontani. Ma ahi­mè, questo non aveva navigato che nella lontana gioventù, per diventar guardia­marina, e il resto della carriera l'aveva fatto anche lui al ministero; e adesso era un ufiziale timorato di Dio che soltan­to imponeva ai propri figli, adolescenti spirlungoni, maglie turchine da marinaio comunque battesse la stagione.

Una vecchia e mustacchiuta signorina, dal sorprendente nome di battesimo, che «sapeva il tedesco meglio dell'italiano», ne era altrimenti identificabile. Dalla di costei squacquerata voce zittelle avevano dovuto per forza imparare alcune brevi frasi in quella lingua, come: wie geht's Ihnen?; ja, und?; ach, wo!, e qualcun'altra meno corretta.

E altrettali persone. Alle quali si possono aggiungere, fuori dell'immediata cerchia dei parenti, qualche casigliano particolarmente rispettabile, ad esempio il sena­tore del secondo piano, un vecchio squar­quoio già sottosegretario ai Lavori Pubblici, che però in casa delle zittelle non aveva mai messo il piede, contentandosi

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di riceverne un paio di volte all'anno la visita; qualche conoscente occasionale; eppoi la sarta, uno o due fornitori e, da ultimo, un discreto numero di monache, frati, preti, diaconi e simigliante compagnia, la quale veniva a scopi di questua, ma anche talvolta semplicemente a tratte­nersi. Poiché non occorre certo dire che le due zittelle erano estremamente divo­te, sebbene ciascuna seguendo il proprio carattere.

Quando taluno di questi squallidi perso­naggi si presentava alla porta di casa, le due, tosto venute nel buio ingresso, lo accoglievano con cenni reiterati del capo e levar di braccia, quasi ogni volta non lo vedessero da dieci anni, e seguitavano poi per un tempo a fargli festa nel loro modo: Lilla, cioè, emettendo certi suoi confidenti grugniti, l'altra degli «oh» tremolanti. Si passava quindi nel tinello, o nel salotto buono a seconda dei casi (o più spesso ancora, come si vedrà, nella camera da letto della vecchia mamma), e quivi ognuno si sedeva colle mani sulle ginocchia, e quivi veniva servito il caffè, debitamente mescolato all'orzo dei pode­ri in provincia; e principiavano i discorsi, e i «ma come?!», gli «uh davvero?», i « Gesù mio! », talora i segni di croce, delle padrone di casa. Gli ospiti infatti avevano

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sempre qualcosa di scandaloso da raccon­tare, qualcosa che gente pia e dabbene non poteva ascoltare senza fremere e che comportava da parte del narratore, spe­cie se era femmina, un «per dirti! » fina­le, stante press'a poco a significare: «ve­di dunque a che siamo giunti e in che tempi calamitosi viviamo!». Oppure il discorso verteva su dati e fatti di compae­sani, dei cui minimi movimenti e proposi­ti, come in generale di tutto quanto avve­niva laggiù al paese, le zittelle riuscivano a esser sempre informate, per così dire, meglio e prima degli interessati. E qui, se il visitatore era di famiglia e si faceva l'ora della merenda, compariva la specialità detta «uovo grazioso», originaria senza dubbio di qualche educandato d'Orsoline; ossia una frittata con una o più grandi fette di pane in mezzo, tanto che l'uovo si riduceva a un sottil velo su questo pane, e uno forse ne bastava per far due «uova graziose».

Ma certo il lettore s'è ormai fatta la sua idea e volentieri mi dispensa dall'aggiungere altri tocchi a questo quadro fedele.

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CAPITOLO SECONDO

 

        Le due zittelle, s'è detto, vivevano colla vecchia madre; e con un'annosetta fantesca, si può qui seguitare, che aveva in tut­to sposata la loro causa e s'era, come sen­za accorgersene, modellata a loro imma­gine. Va da sé che costei, pur senza la menoma protervia e mai o quasi a suo profitto, spadroneggiava nella casa, e il suo parere era in ogni occorrenza gran­demente prezzato. Quanto alla madre, la decrepita nonché vecchia signora Marietta era un notevole esemplare della sua      specie (sebbene al postutto non così raro come potrebbe parere), epperò di lei si voglion qui dire due parole in particolare.

Essa era, naturalmente, malata; ma di quale malattia, non ci fu barba di medico capace di determinare. Nervosa ed autoritaria lo era sempre stata; verso però il suo settanta o settantacinquesimo anno le manifestazioni di tale sua indole s'erano andate facendo sempre più allarmanti, fino a mutarsi in veri e propri sintomi, di varia imponenza. Un bei giorno la vec-

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chia cominciò ad accusare dolori vaghi in parecchi e imprecisabili punti del corpo, e in capo a un anno già rispondeva ai visi­tatori che s'informavano della sua salu­te: «come state, donna Marietta?», colla laconica solfa che le zittelle ebbero poi negli orecchi per una diecina d'anni e oltre: «Dolori forti». In capo a due o tra aveva ormai adottata l'altra più distesa solfa, che non aveva bisogno d'essere eli­citata ed esplodeva improvvisa nel silen­zio o nel bel mezzo di ragionamenti d'as­sai diverso tenore: «Che dolori che dolo­ri! Ah, ah, non ci'â faccio più! ».

Quella frase era invero da lei pronunciata sempre sullo stesso tono, stranamen­te musicale: le prime quattro parole suo­navano alte come rabbiosa squilla, le se­guenti s'andavano a grado a grado acquetando in una sorta di trionfale scon­solatezza. Insomma alla vecchia non di­spiaceva forse il suo male, in quanto le permetteva di continuar a esercitare il suo potere sulle figlie e nella casa; è anzi da sospettare che ella, sentendo sfuggirle le forze, si fosse a bella posta appigliata all’unico mezzo che le restava per tenere in soggezione la gente attorno, si fosse,

 

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dico, a bella posta ammalata. Giacché nessuna tara organica le fu mai potuta scoprire, e i suoi dolori, che nessun cal­mante riusciva a mitigare, seguitarono sempre a essere insituabili e inafferrabili. Eppure quella malattia, naturale o volon­taria che fosse, la tirava a poco a poco alla t tomba, ne contro di ciò valeva l'appetito t che non le venne meno fino all'ultimo giorno. Ella dovè dapprima passare la maggior parte della giornata sulla poltro­na, fino a non più lasciare, poi, il letto: dove fu colpita, verso gli ultimi anni, da un irrigidimento delle gambe e di quasi tutto il corpo, restandole nondimeno l'u­so delle braccia, o piuttosto degli avam­bracci. Allora non parlò più, ma si fece Io stesso egregiamente capire. Le manifestazioni esteriori della malat­tia, visto che la natura ne rimase a tutti na­scosta, consistevano prevalentemente in smanie di vario genere e diversa intensi­tà; che però senza fallo aumentavano a dismisura se soltanto le zittelle s'allonta­nassero dal capezzale della malata, o an­zi appena avessero l'intenzione di farlo. Poiché la vecchia era per tal riguardo i dotata d'una sensibilità più che animalesca e leggeva fin nel pensiero delle sue vittime. Onde bastava ad esempio che Lilla (la quale, più delicatuccia, avrebbe

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spesso abbisognato d'aria pura) si stesse preparando, in una stanza quant'era pos­sibile remota, a uscirsene alla chetichella una mezz'ora, perché lei prendesse a ber­ciare, finché potè, o altrimenti a percuotersi i fianchi, a darsi pugni in testa, insomma a fare il diavolo a quattro. In­temperanze cui del resto era sufficien­te un assai minore incentivo, verbigrazia che una delle zittelle andasse « a Parigi » ;

altra espressione, quest'ultima, da edu­candato, come ognun vede. In generale la vecchia, dando con ciò una nuova pro­va della sua sagacia, qualunque cosa non le andasse a sangue volgeva la propria | mano contro se stessa; e le zittelle e la ser­va si precipitavano a trattenerla e s'affret­tavano a rimuovere la causa della sua agi­tazione. Col passare, poi, degli anni, il divieto d'uscir di casa e comunque d'allontanarsi, sulle prime limitato alle due zittelle, si estese a detta serva e finalmente agli animali domestici, di cui verrò dicendo in seguito.

Non è a supporsi che donna Marietta colesse sempre gente attorno perché veramente bisognevole di soccorso: infatti, anche quando dormiva placida, se qualcuno lasciava la stanza, si svegliava di soprassalto e principiava la solita pantomima. D'altronde, raccolti che avesse tut-

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ti gli abitatori della casa attorno a sé come una chioccia spennacchiata i propri pul­cini, si limitava a intonare il già noto: «che dolori che dolori! Ah, ah, non ci'à faccio più! » o a fissarli in silenzio, che di preciso da chiedere non aveva quasi mai nulla. Ma, come si disse, era quella l'uni­ca volontà, povera vecchia, che le fosse rimasta da imporre: la sua stessa presen­za, intendo. Dire fra l'altro che due soli di quei pulcini mettevano insieme poco manca a due secoli! Tant'è, le mamme non c'è caso si risolvano a considerare cresciuta la propria prole.

Quale vita questa vecchia di carattere facesse alle due, anzi alle tre, donne, è facile immaginare. Dominate, come lo erano sempre state, dalla sua volontà, sgomente di sentirsi scoperte fin nei loro menomi divisamenti, le zittelle si ripiega­rono, se non su se stesse, almeno nel loro buco, rinunziarono a muoversi salvo i casi di ultima necessità, e generalmente par­lando a ogni loro moto personale. A parte i suoi lagni, donna Marietta andò aggravando con estrema lentezza; sulla poltrona rimase tre o quattro anni, e qui ancora, sebbene di rado, parlava talvolta del più e del meno e persino rideva, traballando silenziosamente il pancione, che era l'unico indizio della sua allegria. Al-

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lettatasi, non si occupò ormai che della propria malattia e della propria idea fis­sa. Ma trascorsero ancora due o tre anni prima che sopravvenisse l'irrigidimento più su ricordato. Dal quale, come dall'im­pedimento di favella che lo accompagnò, la sua forte fibra non fu del resto prostra­ta che in capo ad altri due o tre anni. Gli ultimi tempi s'era ridotta un ceppo, con tutto della morte fuorché il colore e l'inappetenza. Eppure, rugosa come un vecchio ceppo appunto e quasi altrettan­to inerte, cogli occhi semispenti e fissi, ella conservava tuttavia il suo abituale e più proprio modo d'espressione: il percuotersi. Liberi da parlasia aveva soltanto gli avambracci, si disse; epperò poteva soltanto picchiarsi il petto all'altezza circa delle scapole, e tale picchiamento rende­va un suono sordo e lugubre, piuttosto simile a quello d'un affricano timballo che all'altro della famigerata e gaia grancassa: toc toc. Questo toc toc poi (due picchi erano giusto la regola), venne a significare una semplice negazione, quasi però a toglier subito al dimandante qualsiasi vel­leità d'insistere. A esempio: «Donna Marietta (o: mammà) lo volete il brodo?». Risposta: «toc toc». «Allora vi porto il lat­te» — « toc toc » - « Eppure qualcosa dovete prendere » — qui i picchi rinforzavano e

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l'interlocutrice, per chiamarla così, fer­mava il braccio della vecchia. Poi: « Ma se vi ci metto un po' di pasta, nel brodo?...» - immobilità assoluta, segno d'assenso. Infatti fino alla fine, sebbene avesse anche il capo rigido, la vecchia continuò, nonché a mangiare, a masticare.

Come le stavano sempre attorno e lei rispondeva quasi sempre di no, quel toc toc era diventato la vera voce della casa. Pure un giorno si spensé; giacche, infine, anche una tal madre viene a morte.  Quando una volta, levatasi Lilla per uscir dalla stanza, nessun toc toc sorse a rattenerla, fu ben chiaro che la vecchia era morta. La sua testa non era ormai che un teschio. Un teschio, particolare che seppure in ritardo torna qui in acconcio, baf­futo e barbuto oltre ogni comune imma­ginazione e del tutto virilmente, com'era sempre stato il capo di donna Marietta.

Su questo teschio, impazzita per la pre­senza del cadavere e calata a furia di sul­l'armadio, venne un momento a chinare il proprio viso difforme, con mugolii strazianti, la scimia. Che, annunciata peraltro, entra qui la prima volta in scena quantunque sia il vero protagonista, an­zi l'eroe di questo racconto. Per donna Marietta, non vi ha in sostanza alcuna parte, avendo come sembra rinunziato a

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quella di fantasma, che spesso e volentieri adottano siffatti personaggi dopo la mor­te. Su lei mi diffusi per mero amor di completezza; e il medesimo scrupolo vuo­le ora che, prima di seguitare e d'entrar nel vivo della narrazione, faccia breve­mente cenno d'un uccelletto abitatore an­ch'esso della casa.

Era, neanche a dirlo, un « uccello cardinale», così chiamato da una sorta di cresta o cappuccio d'un rosso fradicio e mor­tuario. Grande come una castrica, o aver­la che s'abbia a dire, e forse un poco più, era un carattere tranquillo e rassegnato; di solito viveva in una gabbietta posta sul balcone dal lato della corte, finché la vec­chia non cominciò a volerlo in camera sua, dove l'infelice pennuto languiva mi­seramente (in quella camera non si cam­biava mai l'aria). Le zittelle lo avevano assai caro e lo nutrivano in prevalenza a pandispagna inzuppato. Ma ad altri era riservata la piena del loro affetto; epperò s'abbandoni ormai anche questo uccello' alla sua oscurità.

 

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CAPITOLO TERZO

Era la scimia un animale piuttosto piccolo e vivace, forse un cercopiteco; ma a pre­sentarla partitamente ed in sé sarà bene rinunziare fin d'ora, con sollievo scom­metto di chi legge. E invero tutte le quali­tà che un accorto novellatore di razza umana, esperto quanto si voglia di carat­teri, può rilevare in un animale o attri­buirgli, non sono al postutto che mere supposizioni, cui solo il nostro smodato antropomorfismo presta verosimiglian­za. Fra noi: in che modo penetrare d'un bruto i pensieri, il vero significato dei suoi gesti, anche ad adottare l'accezione umana di tali termini? Un uomo di fronte a un altro uomo ha almeno una conven­zione, se non altro di linguaggio, alla cui stregua commisurarne gli attributi; ma riportare questa convenzione sugli ani­mali sarebbe a dir poco arbitrario. Rispet­to a che cosa, infine, ad esempio una scimia sarebbe buona o cattiva? Tanto vale dunque agnosticamente confessare dal bei principio di non capirci nulla, e chiu­dere l'imbarazzante parentesi. Quella sci-

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mia insomma era una scimia, con tutti gli attributi esteriori e le qualità apparenti della sua razza; era una creatura miste­riosa. Diciamo piuttosto, perché la sua presenza nella casa delle due zittelle non appaia straordinaria, che esse avevano avuto molti anni addietro un fratello, il quale aveva presto abbandonato la casa e s'era fatto capitano di mare (forse giusto coll'aiuto dell'ora contrammiraglio più su comparso). Era questo fratello appunto che, di ritorno da uno dei suoi viaggi, ave­va portata al paese la scimietta, appena strappata al seno della madre. Egli morì poi in terra straniera, e le sorelle, che su dì lui avevano a poco a poco concentrato tutto l'affetto di che erano capaci — non poco certo — e a lui soltanto votati i palpiti del loro cuore femminile, questo affetto versarono sull'animale. Esso ormai doveva loro essere doppiamente e triplicemente caro.

E’ costume degli uomini tenere se possibile in gabbia l'oggetto del proprio amore. E una grossa gabbia era la dimora abituale della scimia; a quest'ultima poi per maggior sicurezza era stato passato una sorta di pettorale chiuso sul dorso, donde si dipartiva una catenella fissata nell'interno della gabbia all'altro capo, che le lasciava gioco per tutta l'ampiezza della

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gabbia medesima. La bestia infatti aveva sempre mostrato grande irrequietezza; né, debitamente castrata e col denti serrati, sembrava perciò aver perso alcunché della sua natural turbolenza. Strideva spesso o squittiva come un bambino, sen­za plausibile ragione, si lamentava, s'infu­riava per un nonnulla, faceva l'atto di saltare al viso degli estranei, talvolta persino delle padrone, e i suoi occhi straordinariamente mobili s'accendevano allora di spaventoso odio. «Ma in fondo è tanto buona (anzi: bona)!» dicevano le zittelle. E invero sovente le bastava, come « intrat­tieni», una noce, che essa rompeva tra i molari e si poneva a scernere e a mangia­re con attenzione esagerata. In generale, lasciata libera, si comportava assai più ragionevolmente, che non è meraviglia; le zittelle avevano pertanto preso l'abitudine di darle talvolta la via, s'intende in una stanza chiusa. Essa allora poteva arrampicarsi sui mobili, il che eseguiva con estrema delicatezza e senza romper mai nulla, darsi da fare a suo grado; e smetteva gli inconsulti friggibuchi. Non è però che, anche in queste condizioni, ces­sasse dal manifestare, con tutto un poco il suo contegno, una certa prepotenza. In ,'definitiva essa era, sebbene eunuco, il maschio di casa, viziato inoltre, ad onta

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del suo lamentevole genere di vita. Quan­do era libera e, dopo essersi sfrenata a sua posta, i suoi occhietti cominciavano infantilmente a chiudersi, veniva a rifu­giarsi in grembo a una delle due donne, di solito a Lilla; o meglio, se costei era a giacere, ad applicarsi sul suo petto, che abbrancava con tutte e quattro le estremi­tà in atteggiamento di possesso. Queste qualità virili la scimia venne, è vero, svi­luppando sopratutto dopo la morte di donna Marietta: la mustacchiuta e barbu­ta vecchia le incuteva infatti una sogge­zione perplessa e forse invida, che rasen­tava il terrore. Ma con ciò mi avvedo d'es­ser caduto nel vizio più su deprecato, di attribuire a un bruto attitudini e sentimenti umani, per cui fo punto.

Libere non già, dall'incubo che la nomi­nata madre aveva loro creato, ma almeno alleggerite della sua presenza, le zittel­le dunque cominciavano forse a godere d’una certa tranquillità, quando scoppiò improvvisa la folgore. Ci si richiami al pensiero tutto quanto son venuto fin qui con fatica dicendo e se ne giudichi.

Una bella mattina si presentò alla porta di casa, con aria circospetta e misteriosa, la superiora del prossimo e quasi attiguo monastero (anzi monistero, dicevano le zittelle) che le due già conoscevano un

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poco per averle talvolta largito ai poveri quod supererat. Introdotta nel salotto ver­de, essa esordì dicendo che conosceva per esperienza la loro inconquassabile fede e timoratezza ed esemplar modestia di vita, le quali a lei rendevano di tanto più peno­sa la comunicazione che stava per fare; ma infine, seguitò dopo altri preamboli, non poteva ormai tacere quanto al mona­stero capitava per opera d'un animale di loro proprietà. Qui naturalmente le zit­telle caddero dalle nuvole e vivamente sollecitarono l'altra a spiegarsi; il che quel­la fece da ultimo.

In breve, la monaca accusava la scimia d'esser penetrata, furtivamente e di not­tetempo, nella loro cappella là sotto gli eucalitti e di avervi sottratto o mangiato un certo numero di ostie consacrate, nonché di avervi bevuto del, se non consacra­to, tuttavia sacro vino; furto sacrilego, o sacrilega ingestione, che non era a sua detta cosa d'una volta, ma si ripeteva ormai da tempo, e per la più corta s'era ripetuto la sera innanzi; di cui infine l'autore non era purtroppo dubbio, senza di che essa non si sarebbe attentata ecce­tera.

Tralasciando ora gli « oh », « uh », « ohi » e «ahi» delle zittelle, cui la straordinaria faccenda doveva dar la stura, cercherò di

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serbarmi quanto è possibile fedele alla nuda cronaca degli avvenimenti.

Nena fu la prima delle due a riprender possesso di sé; mentre l'altra si profon­deva ancora in scuse e, con involontaria empietà, in offerte di risarcimento, ella invitò la monaca a fornire qualche spie­gazione e a giustificare il suo sospetto. Non sospetto, replicò quella appena un poco punta, sibbene assoluta certezza: al­cune monache infatti, colpite dalle in­spiegabili sottrazioni dei sacri commesti­bili, avevano vegliato, spiato, fatto la po­sta, e finalmente, la notte innanzi, aveva­no scorto una piccola ombra che... D'al­tronde la scimia era stata spesso veduta in quella stagione, nella sua gabbia è vero, sul balcone prospiciente il giardino del­la comunità o accanto alla finestra della cucina, nel medesimo modo orientata; e pareva seguire con interesse i movimenti delle monache, e...

«Eh, madre mia, quante cose avete osser­vate! » interruppe Nena. «Ma guardate­vi» aggiunse sorridendo «dai sospetti temerari. Il nostro Tombo (che, in origi­ne Tomboo, era il nome della scimia), il nostro Tombo è un birichino, sì, ma non è capace d'una cosa simile. Eppoi, favori­te di qua».

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E menò la superiora dritto in cucina. Si sforzava di mantenersi calma, ma era in realtà profondamente turbata ed offesa, quasi ne andasse del suo onore se la scimia si fosse resa colpevole d'un tal fatto. Questa, chiusa e impastoiata nella sua prigione, si stava spulciando a uno scialbo solicello che penetrava di scancio dalla finestra aperta; scorgendo l'estranea, fe­ce come al solito l'atto di saltarle addos­so, ma si calmò subito e si mise a osservare con estrema attenzione quel personaggio nero sormontato dal suo mirabolante co­pricapo.

«Ecco qua, madre, » seguitò Nena addi­tando la gabbia «noi certo non l'abbiamo fatto uscire, e lui come avrebbe fatto a liberarsi da sé, dimando e dico? Guardate un poco se una bestiolina così potrebbe rompere questa catena e sfondare questa porta! Ma poi l'avremmo dovuta appun­to trovar rotta, la catena, no? E la porta, non è chiusa dal difuori? Tutto è a po­sto... No, no, madre, qui certo c'è un er­rore».

«Eppure!...» badava a dir la superiora.

In quella una fila di monacelle prese ad attraversare il sottoposto giardino del monastero, dirigendosi lentamente alla cappella luogo del preteso delitto. La scimia che, stanca d'esaminare la superiora,

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s'era volta verso l'esterno, manifestò al vederle il più vivo interesse; inclinava il capo da una parte, s'abbrancava alle sbar­re, saltava a pie pari battendosi le ginocchia, corrugava la fronte; e altri attucci bruschi e grotteschi. Pareva grandemen­te divertita.

« Ecco ecco, vedete? » disse la superiora. «Ma che c'entra, questo lo fa sempre» precisò imprudentemente Lilla. «Eh già, lo dicevo io!...» fece vagamente quella.

Le monache erano passate. «No, no,» ripetè Nena perentoriamente a mo' di conclusione «senza dubbio vi sie­te sbagliate».

Il discorso d'altronde non poteva, in que­sti termini, procedere. La superiora, vista la resistenza dell'altra, cambiò alquanto tono e prese un'aria di untuosa commise­razione, quasi compiangesse sinceramen­te le zittelle d'avere in casa un tal discolo; raccomandò ad ogni modo di sorvegliare l'animale, perché sarebbe davvero stato increscioso che nella casa del Signore eccetera, e le due promisero volentieri. Ella, non senza aver accettato alcunché pei poveri del quartiere, si ritirò alquan­to perplessa: fra l'altro capiva solo fino a un certo punto l'ostinazione di Nena nel

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voler mondare da ogni taccia la propria scimia.

Uscita che fu la monaca, Nena mutò d'un tratto contegno e la sua sicurezza divenne una specie d'agitato sgomento, in preda al quale ella andava passeggiando per le stanze e torcendosi le mani, nel mentre ripeteva: « ma è possibile una cosa simile? Eppure, come avrebbe fatto? » e altrettali frasi. Lilla, che la di lei attitudine aveva un poco tratta dalla sua stupida costerna­zione del primo momento, vi ricadde ora; ed ambedue e la serva, tosto chiamata in causa, impresero un affannato cicaleccio sull'inconcepibile faccenda. Nena in so­stanza non credeva forse troppo alla pos­sibilità d'una simile gesta da parte della scimia, ma era comunque, secondo già dicemmo, profondamente avvilita che soltanto si potesse sospettare il loro Tombo. Le altre avevano ciascuna la sua idea. Le discussioni, le congetture, i consigli dati e ricevuti, montandosi il capo, cal­mandosi, convincendosi le tre reciproca­mente, durarono tutto quel giorno e anche il giorno dipoi, senza contare una buona parte della prima e della seconda notte. Della cosa fu anche informato, ma sotto suggello di segreto, taluno degli occasionali visitatori, che certo trovò da dir la sua.

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Furono quelli due brutti giorni per le zit­telle; ma altri peggiori le attendevano. Infine si risolse di mettere provvisoria­mente la faccenda in noncale; e la scimia, ritirata dapprima a buon conto in camera da letto, venne riportata al suo posto in cucina poiché putiva la notte, e u altra parte, calmatisi alquanto gli animi, la sua insospettabilità era stata come dire rico­nosciuta. Non però che le zittelle non ri­manessero da tutto ciò col cuore sospe­so. E infatti la mattina del terzo giorno, quando appena il vespaio accennava ad acquetarsi, venne da parte della superio­ra una monaca spaurita a dire brevemen­te che la sottrazione dei sacri generi s'era ripetuta quella notte medesima e che la scimia era stata quasi presa sul fatto; e subito si ritirò.

Ometto, anche qui, di descrivere la rea­zione delle donne a un tale annuncio. Fu deciso di spiare la scimia a cominciare dalla sera stessa. Le ragioni di questo pro­cedimento, voluto sopratutto da Nena, non appariranno forse chiare a ciascuno: perché, si potrà dire, le zittelle non si limi­tarono a inchiavare d'ora innanzi l'ani­male in una stanza, almeno per tutta la durata della notte? La risposta precisa non sarebbe ne forse facile, ne troppo semplice, e ne fo grazia al lettore. Limi-

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tandomi a rilevar qui che a Nena c'è caso non tanto stesse a cuore tener a freno ma­terialmente la scimia, quanto farsi un'i­dea adeguata della sua moralità. «Tu sai,» diss'ella cupamente alla sorella, un momento che si trovarono sole la sera, «tu sai se voglio bene a Tombo; ma se davvero dovesse aver fatta una cosa simi­le, colle mie mani vorrei piuttosto metter­lo nella sua cassettina da morto!».

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CAPITOLO QUARTO

 

Passarono due o tre notti prima che le donne, le quali vegliavano a turno, potes­sero sorprendere la scimia se non altro in flagrante infrazione alle regole della casa; anzi, per dirlo subito, in flagrante delitto di nottambulismo e obliquità. Esse avevano stabilito che per tutta la durata della notte almeno una di loro restasse sveglia, e prendesse silenziosamente po­sto, all'ora abituale del riposo, su una pol­trona situata in una stanza da letto che dava nel breve corridoio di fronte alla cucina; attraverso le due porte, lasciate socchiuse, la scolta poteva giusto sorve­gliare la gabbia dell'animale, sufficiente­mente illuminata dalla candelina elettrica dì e notte accesa, nella cucina, davanti a un'immagine della Madonna. Essa scolta doveva naturalmente badare a non far rumori sospetti, sicché la scimia potesse credere le abitatrici della casa abbando­nate come sempre al sonno, e in generale non percepisse nulla di irregolare nelle loro abitudini; e doveva dar l'allarme al menomo caso degno di nota.

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Le prime notti, dunque, la bestia dormì placidamente sul suo giaciglio di cencilani in un angolo della gabbia, solo sve­gliandosi ogni ora o due per grattarsi furiosamente o bofonchiare, come sem­brava, alcunché. Una volta o due si levò anche e si diede alquanto dattorno per un quarto d'ora, quasi volesse sgranchirsi gambe e braccia, irrequietezza che restò tuttavia senza conseguenze. Finalmente, la quarta forse notte, Nena stessa era di guardia; ella s'era andata sempre più confermando nell'idea che il suo Tombo fosse innocente e superiore a ogni sospet­to, e ora quasi sonnecchiava. Quand'ecco vide confusamente l'animale, che s'era levato appunto e grattato e mosso in su e in giù per la gabbia, scuoterne con silen­ziosa violenza le sbarre dal lato dell'uscio­lino; ciò le fece passare il sonno e aguzzar gli occhi.

Tombo si ritrasse, ma per abbandonarsi a una serie di frenetici squassamenti e con­torcimenti, simili a quelli del cane quan­do si scuote l'acqua di dosso e insieme del gatto quando voglia liberarsi da qualche impaccio, che non si capiva bene a che cosa menassero; e anche questi silenzio­sissimi. Da ultimo, prima che Nena potes­se rendersi conto di quanto avveniva, la bestia apparve libera del suo pettorale

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epperò della catena. Essa aveva dunque trovata la maniera! giacché non era certo la prima volta, e quell'operazione pareva esserle familiare. La zittella col fiato so­speso seguiva i suoi movimenti. Tombo si riaccostò adesso alla porta della .gabbia e di nuovo la scosse con una tal cauta furia; visto che non cedeva, cambiò tattica. Occorre dire che tutt'intorno a questa porta correva una larga lista di bandone, messa lì apposta perché il pri­gioniero non potesse al caso, passando la mano fra sbarra e sbarra, aprirla dal difuori. Il fabbricante però della gabbia aveva fatto i conti solo approssimativa­mente colla naturale intelligenza dell'ani­male che essa doveva ospitare. La scimia infatti, abbrancandosi alle sbarre che det­ta lista fiancheggiavano e sormontava­no, s'arrampicò fino a superare l'ostaco­lo, e di lassù sporse un braccio, il quale si rivelò spropositatamente lungo, verso il nottolino che chiudeva all'esterno la por­ta. Ma neanche in tal modo riuscì a rag­giungerlo. Poteva invero sembrare non avesse finora fatto che spostare la diffi­coltà, eppure ci aveva le sue ragioni: s'e­ra, in altri termini, a suo tempo convin­ta che il nottolino si manovrava meglio dall'alto che di lato. Ridiscesa, si diresse ormai con decisione a una specie eli pen-

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dulo trapezio ch'era lì dentro per i suoi giuochi, e ne scastrò abilmente la sbarra trasversale, del resto già allentala (questa operazione, come una simile alla seguen­te, doveva aver veduta fare in qualche cir­costanza). Munita poi d'un tale arnese, tornò al suo posto sull'uscio e, di nuovo sporgendo il braccio, la cui lunghezza era stavolta aumentata da quella del legno, dopo alquanto armeggiare giunse final­mente a smuovere e a far ricadere il not­tolino: la gabbia era aperta.

Nena voleva a questo punto dar l'allarme, ma non avrebbe potuto farlo senza eccita­re i sospetti della scimia. La quale d'al­tronde non sembrava affrettarsi a pro­fittare della conquistata libertà, quasi avesse fatto tutto ciò per gioco o per pro­vare la propria destrezza; sicché la zittella ricominciava a sperare.

Tombo si trovava adesso in un angolo della gabbia verso il suo giaciglio, dove s'era dato a girare su se stesso con leggero bofonchiamento o stronfio e piegando un poco le gambe, come volesse trovare la posizione più comoda da giacere — e co­me talvolta fanno anche i cani. Si fermò poi e rimase alquanto tempo immobile, semiseduto e colle mani puntate a terra. Da ultimo si levò sui piedi e si stiracchiò, dopodiché sbadigliò largamente grattan-

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dosi la pancia; emise anche una sorta di squittio appena udibile. Nena non perde­va uno solo di questi gesti e suoni. Infine l'animale parve decidersi a qualcosa, e tutto il suo corpo espresse quella volontà. Si volgeva a dritta e a manca nel solito modo brusco, gli occhi sfavillavano. Ri­mase ancora un attimo immobile, come in ascolto, quindi avanzò balzelloni verso la porta. Ma incappò in una specie di bic­chiere di stagno che era lì per l'acqua; e si fermò allora, volubilmente, a toglierlo di mezzo, o piuttosto a infantilmente pic­chiarlo, quasi a punire la sua protervia. Seguì di nuovo un tempo di assoluta immobilità, fosse distrazione o timore che il leggero fracasso avesse destato qualcu­no. Cui tenne dietro una nuova risoluzio­ne; e stavolta Tombo spinse la porta della gabbia.

La gabbia era posata su un grande tavolo grezzo. Abbrancandosi a uno dei suoi piedi, la scimia scese sul pavimento, che percorse due o tre volte in qua e in là, parendo non ben sicura della direzione da prendere. A Nena, a parte la sua ango­scia, faceva senso vederla lì in terra, lei destinata a viver per aria, ma non era solo questo. In verità la bestia, che come di ragione procedeva aiutandosi colle mani, aveva qualcosa d'innominabile e di schi-

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foso, in quella luce fosca e notturna; qual­cosa della bupreste o del cerambice quan­do, minacciati, si staccano dal suolo con­tro cui stavano appiattiti e, levandosi alti sulle zampe, corrono rapidi e furtivi. O più semplicemente pareva un mostruoso ragno. Ora, da ultimo, essa prese defini­tivamente il suo partito: risalita per la medesima via sul tavolo, prossimo alla finestra, afferrandosi prima alle sbarre della gabbia, poi alla maniglia di essa finestra, aperta, si portò sul davanzale (perché avesse preferito questo giro a un più spicciativo balzo sarebbe difficile dire). Le persiane erano accostate, ma non tanto da non lasciar passaggio, fra il davanzale stesso e i battenti, a quell'esi­guo corpo. Scrutata un attimo l'esterna oscurità e tenendosi con una mano a una stecca, la scimia si calò nel vuoto, ritirò poi la mano, che doveva aver trovata altra presa, e scomparve così agli occhi della zittella. Costei, precipitatasi silenziosa­mente alla finestra d'una camera attigua alla cucina, arrivò a vederla che balzava a terra dall'estremità d'un tubo eli gronda, il quale passava appunto a due spanne dalle persiane dell'altra finestra. Potè anzi, aiutata da una vaga luminosità del­l'aria, seguirla nelle sue successive evolu­zioni, rapide e tuttavia circospette; che la

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condussero in pochi istanti, oltre la rete metallica, nel giardino del monastero. Ma qui l'animale fu avvolto dall'ombra dei due eucalitti, e Nena dové perderlo di vista. Le parve nondimeno che esso si fos­se arrampicato su uno di quegli alberi; non aveva in ogni caso presa la via della cappella. Nena si ritirò, nello stato che si può immaginare, e dette finalmente l'al­larme.

Badando a non far chiasso e a non accen­der luci dalla parte del cortile, le tre don­ne si ritrovarono accanto alla finestra donde Nena aveva guardato allontanarsi la scimia. La prima spontanea idea, infat­ti, di tutte e tre era stata di non dar sospet­to neppur ora all'animale, onde poter as­sistere al suo ritorno. Idea solo in parte suggerita dalla curiosità, e sopratutto dal­l'ansia di veder più chiaro nel comporta­mento di Tombo, quasi insomma questo dovesse, se ignaro d'essere stato scoperto, fornire indizi precisi sulle sue notturne attività. Non occorre invero soggiungere che la sua scappala non era ancor prova, per le zittelle, dei suoi criminosi maneggi nella chiesetta. O piuttosto non lo era per Lilla e Apollonia, o «Bellonia» (la serva); quanto a Nena, era in uno stato di tale profondo sconvolgimento, da non poter quasi ragionare, nonché procedere a de-

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duzioni. A lei, difatto, il trascorso della scimia appariva già di per se stesso una cosa enorme, laddove le altre sembrava­no disposte a considerarlo con una certa indulgenza, se almeno non dovesse aver seguito. Ella si sentiva tradita, vilipesa, e andava ora in su e in giù per la stanza come smemorata, non potendo dir altro che: «questo non me lo doveva fare!». Lilla e Bellonia, discinte, così com'erano balzate dal letto o quasi, sorvegliavano intanto il giardino e la corte, sommessa­mente scambiandosi le proprie impres­sioni; dalla finestra veniva nella camera appena un tenue chiaro, che non bastava a distinguere gli oggetti. Dopo un poco, il contegno di Nena cominciò a preoccupa­re le due e, la fante dato di gomito alla padrona, questa mosse verso la sorella e per un tratto le tenne dietro nei suoi con­citati andirivieni, senza saper che dire. Voleva consolarla, ma non sapeva bene di che cosa la dovesse consolare, perché non intendeva il suo dolore. Infine prese a dire che forse Tombo non era affatto andato alla cappella, che forse aveva sol­tanto voluto uscire un po'. «Ma questo che c'entra?» replicò l'altra severamente, senza fermarsi. Lilla, intimidita, dette in una serie di mugolii, o grugniti, e di parolette impre-

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cise come « dico », « vero », « hai capito » e simili, il cui senso generale era che non conveniva poi prendersela tanto a cuore, perché da ultimo gli animali, si capisce, sono animali.

E qui Nena si fermò in tronco e ripeté a se stessa: «animali! », quasi ci pensasse solo ora, che Tombo era un animale. Passò più d'un'ora. Infine Bellonia an­nunciò in rapido sussurro che la scimia era di ritorno. Questa infatti, sbucata dal­l'ombra d'un eucalitto, ma in un punto discosto dalla cappella, se ne veniva bal­zelloni senza troppa fretta, verso la rete divisoria. Le donne però abbandonarono precipitosamente la finestra e si posero di scolta al solito posto. E di qui assistero­no a una scena inversa a quella più su descritta. Rientrato per la stessa via, e dopo aver alquanto tempo oziato sui mobili, l'animale si chiuse nella gabbia tirandosi dietro l'uscio, di cui ebbe cura di rialzare il nottolino, manovrando stavolta di lato. Quindi, a forza di pietosi e faticosi contorcimenti, giunse a rinfilarsi il pet­torale; e restò così, seduto con un'aria intontita. Tale suo modo di comportarsi, il rimetter tutto in sesto, provava ormai in modo definitivo che quelle scappate era­no abituali, e che esso non pensava affatto di cessarne.

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Tombo passò presto da quella sorta eli sbigottimento a una curiosa agitazione. Faceva di grandi sgambetti, e ogni tanto percorreva, a prodigiosa velocità, tre o quattro volte la gabbia dall'alto in basso e da destra a sinistra, secondo, diremo, un'orbita vagamente circolare; simile in verità più a un conigliolo impazzato che a una scimia. Nondimeno quando Bellonia entrò in cucina per faccende (che nel frattempo s'era fatta l'alba e la buona fan­te non pensava ormai più al letto), si buttò eli schianto sul suo giaciglio e finse eli dormire. Nessuno pel momento gli disse nulla, e questo per ordine eli Nena, la quale annunciò confusamente che voleva ancora spiarlo, sicché esso doveva ignora­re d'essere stato sorpreso.

Le zittelle si ritirarono adesso per prendere riposo. Non avevano quasi fatto a tempo a chiuder gli occhi, che venne la notizia d'un nuovo sacrilegio alla cappel­la. Stavolta la monaca mandata dal con­vento, per terna d'offendere quelle pie donne, s'era limitata a far l'ambasciata al portiere; costui, sapendole mattiniere, era salito subito.

Cosicché, fra l'altro, la cosa s'allargava, e tutto il caseggiato, per non dire tutto il rione, era a parte dell'ignominioso so­spetto, e ormai certezza, che gravava su

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Tombo. Le monache della comunità non facevano, è vero, in quella storia la mi­glior figura. Taluno infatti pretendeva aver udito, tempo addietro, di fiere gaz­zarre notturne al monastero; le quali sa­rebbero state originate dal fatto che le sorelle avevano, le prime volte, scambiato Tombo per un caudato diavolo salito a punirle dei loro peccati. Ma quanto sia vivace la fantasia popolare tutti sanno.

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CAPITOLO QUINTO

 

II giorno che segui quell'agitata notte Nena era quasi tornata in sé, o così alme­no appariva. Dette relazione alla sorella e alla serva, e insieme discussero a lungo. Ma a mano a mano che quelle si convince­vano meglio della responsabilità di Tombo nella faccenda delle ostie consacrate, e senza ambagi, vedendola più calma, l'af­fermavano; Nena sempre più aperta­mente l'andava negando. Che la scimia fosse tipo da battersela segretamente per andare a sgambettar sugli eucalitti non poteva non ammettere, diceva; pure, fra l'una cosa e l'altra c'era un bei tratto. « Macché » concludeva ella ogni volta, passeggiando per la stanza colle fettucce delle mutande pendenti, che di far toletta quel giorno non s'era parlato; « macché, è incapace di fare una cosa simile! ». Nena, per non più tornare su questo punto, era una di quelle nature le quali in un certo senso temono inconsciamente se stesse, e ad ogni modo hanno bisogno d'acquistare assoluta sicurezza di certe cose, poiché sanno che tali cose provo-

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cheranno in loro reazioni, intime o aper­te, irreparabili; ne preferiscono evitare queste ultime mantenendosi in stato di relativa ignoranza, ove al contrario cerca­no e, per così dire, si augurano le prove decisive, quanto più dolorose debbano loro riuscire. Nature crudeli, se si vuole; o almeno giuste fino alla crudeltà. Del resto questa è facile psicologia, e non garantisco menomamente l'esattezza dell'interpretazione. Chissà mai cosa Nena davvero pensava o sentiva in quella circo­stanza? Non pretendo spiegar nulla, e torno alla mia cronaca.

«Macché, macché» seguitava ella a scuo­tere il capo. Mentre la sorella già andava almanaccando come si sarebbe fatto a tenere in freno la scimia per l'avvenire: «hai capito eh, dico, una bestia che apre le porte, che si toglie il collare, vero, come si fa?...» e giù mugolii a non finire. Ma Nena a un tratto parve avere un'idea e passò senz'altro a vestirsi perbene, segui­ta dalle due che chiedevano spiegazioni. In breve, ella manifestò il proposito di recarsi al monastero accanto.

«Non ci credo,» disse « non ci posso cre­dere se non lo vedo! ».

E in conclusione voleva chiedere alla madre superiora una cosa secondo le altre inaudita, contraria a ogni consuetu-

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dine e non (la persona in senno: il per­messo ili vegliare la notte nella cappella, e di sorprendervi semmai in flagrante delitto la bestia. Le altre a sconsigliarla, e lei a tare a suo modo. Mettendosi l'uccelluto copricapo, disse:

« Andate da quello, che non gli manchi nulla; a me non mi ci mandate, non lo voglio vedere. E se poi è vero,» concluse uscendo « allora ci penseremo, adesso è inutile parlarne più».

Come Nena se la sbrigasse colla madre superiora non si sa. Costei dové cascar dalle nuvole al vedere quella vecchietta seria e pia tanto affannata per la moralità della sua scimia, quando le sarebbe basta­to incatenarla un po' più solidamente. O piuttosto la suscettibile monaca s'offese che la comunità non fosse creduta sulla parola, sebbene poi le sue pecorelle non avessero scorto, di positivo, che un'om­bra. Ma infine, a parte tutto, il caso era delicato: disgustare due più o meno munifiche benefattrici non le conveniva, sicché finì col prestarsi a quella follia, verosimilmente dopo aver consultato il direttore spirituale e chissà quanta altra gente. Sta di fatto che Nena tornò a casa, m capo a un'ora, un po' disfatta e col naso più che mai in sudore, ma avendo ottenu­to quello che voleva. Ella rimase poi muta

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il resto del giorno, dormì alcun tempo, e la sera stessa si dispose alle sue nuove vigilie.

Avevano convenuto che una delle due rimaste spiasse tuttavia la scimia alla medesima maniera, che Nena, appostata nell'interno della cappella, non poteva bastare a sorvegliarne i movimenti. Ora,' la prima notte nessuna delle due scolte notò nulla di sospetto: la scimia dormi più o meno placidamente, e Nena, rin­casata e udito il rapporto dell'ausiliaria, assunse una strana espressione fra eli trionfo e eli disappunto, i quali si risolsero nondimeno e stabilmente definirono in racconsolata tenerezza. Dopo la seconcia notte quell'espressione, col suo accenna­to sviluppo, divenne più intensa, giacché Tombo aveva si lasciata la gabbia e la casa, ma non s'era mostrato alla cappella; ch'e­ra già un bel passo sulla via della sua par­ziale riabilitazione. «Lo dicevo io!» anda­va persino mormorando Nena. La terza notte...

Nena non era quasi mai sola durante le sue veglie alla cappella; per disposizione certo della superiora, le teneva compa­gnia, e magari un occhio sopra, or l'una or l'altra delle suore eli guardia o porti­naie, poiché la comunità faceva tra l'altro non so che servizio notturno d'assistenza

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agli ammalati. Questa terza notte, sua compagna era una monaca giovanina e timida, forse appena vestita, dall'accento furlano e che si confondeva e arrossiva solo a guardarla. Le due si erano apposta­te come le notti precedenti, e cioè in una specie di piccola sacristia per cui la cap­pella comunicava da una parte col resto dell'edificio, e di cui avevano lasciato se­miaperto l'uscio. Nel loro campo visuale avevano a dritta la porta esterna della cappella, che apriva sul giardino dei due eucalitti, s'intende chiusa dal didentro; a manca ma come dir di fronte l'altare, che quasi traguardavano, press'a poco come le tavole d'una ribalta chi sia fra le quinte. Non bastando poi il lumino che, in un certo punto di quest'altare, le mo­nache tenevano sempre acceso, a illu­minare convenientemente e irrefutabil­mente la scena (era infatti di quelli che hanno lo stoppino galleggiante eppure quasi sommerso nell'olio, e che certo a fugar le tenebre non valgono); la zittella aveva ottenuto di lasciar ardere, a pro­prie spese, di qua e di là dal tabernacolo due grosse candele. Così, l'illuminazione era si può dir festiva, considerata la picco­lezza della cappella.

La porta del sacro luogo era sormontata da una specie di rosta, o coda di pavone,

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senza vetro almeno ora, abbastanza fìtta, ma non tanto forse da vietare il passaggio a una scimia. Era comunque quella l'uni­ca apertura per cui l'animale si sarebbe potuto introdurre là dentro, poiché da quella appunto, salvo la porta medesima, prendeva unicamente luce la cappella; e per essa infatti pretendevano le monache averlo veduto talvolta fuggire. Le due dunque se ne stavano quatte e al buio, e tenevano gli occhi fìssi verso lì. S'erano aggiustate, l'ospite, non si sa quanto desi­derata, su un seggiolone imbottito di per­tinenza forse del vescovo o del confesso­re, la suora su una panca; e andavano nel frattempo biasciando i loro tributi, inframmezzati da qualche tentativo di soffocata conversazione per parte di Nena. Ma da una tal monacella non si potevano cavare due parole a fila. Essa sorrideva, sorrideva, o era a supporsi che lo facesse, e solo finì col dire tartagliando che a suo giudizio stanotte la scimia sa­rebbe di certo venuta, perché « non pas­sava mai tre notti » (ossia non mancava mai per più di tre notti). Ed ecco, sull'ora antelucana, quando una natural sonnolenza già gravava le loro palpebre, una vaga ombra mostrarsi a quella rosta; un'ombra che apparve un

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attimo enorme, poi bruscamente diminuì di volume e prese consistenza.

Tombo introdusse dapprima tra i ferri il lunghissimo braccio clic già conosciamo, e io agitò un poco omasi tentasse l'aria. Poi entrò di spalla e, dall'architrave, misurò la distanza che lo separava dal bacino d'un'acquasantiera ergentesi a dritta del­la porta, e vuota; sul cui orlo si slanciò con preciso volo. Ma poiché il suo contegno in simili circostanze ci è già press'a poco noto, non lo seguiremo partitamente nel­le sue ulteriori evoluzioni, ne ci fermere­mo a considerare ogni suo attuccio. Fino a quando, attraversata velocemente, a ragno, la cappella per tutta la sua lun­ghezza, non si sarà inerpicato sull'altare. Ora Nena se lo vedeva lì davanti, a pochi passi si può dire, nella piena luce dei due ceri. Ella e la monaca s'erano impietrate e rattenevano il fiato. E la cosa orribile eb­be principio.

Tombo s'accosto con decisione al ciborio e l'aprì bruscamente, sbatacchiando il portello. Restato un attimo a guardar dentro di traverso, come una gallina, vi affondò il solito braccio e ne trasse per due volte una manata eli ostie consacrate, che rapidamente divorò. Qui la monacella, non reggendo alla vista del sacrilegio, fece un gesto e strinse convulsa il braccio

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di Nena; questa intese che la compagna si preparava a intervenire, anche perché a lei lo scopo della veglia doveva ormai apparire raggiunto, e la inchiodò a! suo posto con insospettabile energia, con vio­lenza quasi, nel mentre le poneva una mano sulla bocca. L'altra temé, o fu ten­tata.

Tombo, divorate le ostie consacrate, fece un giro o due in atto grottesco sul limite del piano, quasi si aspettasse gli applausi d'un pubblico dopo il suo esercizio. Si riavvicinò quindi al ciborio e ne trasse sta­volta una sola ostia consacrata, che lasciò cadere sull'altare; poi, tenendolo orizzontalmente pel gambo, il sacro calice, che lasciò del pari cadere, senza seguirlo collo sguardo; da ultimo, colla dritta, il sacro corporale, che serbò per contro. Mosse ora verso la cornice dell'altare e prese colla sinistra l'ampolla del sacro vino, che si strinse al petto. Tornato, si fermò collo sguardo ottuso e con questi due ultimi oggetti in mano, come non sapesse che farsene, o piuttosto, colle mani impacciate, non sapesse seguitare. Infine scosse con violenza il sacro corpo­rale e, riuscito in tal modo a spiegarlo, lo vibrò ai suoi piedi. Indi lo raccolse, posandosi nell'atto l'ampolla fra le gam­be, ma un attimo dopo raccattò questa

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abbandonando quello; per tenerli final­mente ambedue, come al principio della manovra. Senonché, per via del suo gesti­re a scatti, una parte del sacro panno gli s'era avvolto attorno all'avambraccio, e adesso Tombo s'accorse che poteva adoprare la mano dritta senza che perciò il sacro panno medesimo cadesse. Riaffer­rato dunque il sacro calice, e crollata che ebbe l'ampolla per farne cadere il tappo, si dispose a versarvi il sacro vino. Pel che fare, operò in bizzarro modo, e cioè: sen­za allontanare la boccia dal petto, accostò a questo, e insieme all'imboccatura di quella, il sacro calice stesso; quindi, but­tandosi indietro con tutto il corpo e con­torcendosi alquanto, ottenne che alcune gocce di sacro liquido passassero dall'un recipiente nell'altro. Ciò fatto, s'accocco­lò e delicatamente si depose la sacra cop­pa fra i piedi. Poi, levatesi in moto brusco, brandì con una sorta di foia l'ampolla e ne leccò l'orifizio; subito dopo vi si attac­cava e beveva il sacro vino rimasto fino all'ultima gocciola.

Non era molto, quel sacro vino, e tuttavia l'effetto fu quasi immediato. Senza pro­priamente ubriacarlo, esso valse a confe­rire all'animale un gran tono e una gran­de baldanza, e, ai suoi gesti, un che d'ancor più brusco e risibile. Ora l'ampolla fu

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abbandonata alla propria sorte; lasciatala cadere, Tombo la respinse poi rabbiosa­mente con ambo le mani. Giacché s'era riaccoccolato per riprendere il sacro cali­ce, che dispose adesso nel bei mezzo del­l'altare. Raccolse anche l'ostia consacrata e ve la poggiò sopra a mo' di coperchio. Diede infine di piglio al sacro corporale, che tuttora gli pendeva dal braccio, ma non per coprirne i due primi oggetti, sibbene per buttarselo alla brava sulle spalle. Così parato, s'aggirò alquanto attorno a quelli con passo che si sarebbe detto di danza; saltò alcune volte a pie pari, pre­cipitosamente, battendo forte colle piote il piano. Venne al sacro calice, che prese mantenendosi di spalle al luogo pei fede­li, guardando ossia il ciborio; lo elevò; lo riposò; fece un mezzo giro su se stesso, allargò le braccia, ma senza troppo disco­stare i gomiti dal corpo, colle palme aper­te; si rigirò di nuovo verso il sacro calice, di nuovo lo elevò... Le due donne per un momento non capirono, si rifiutarono di capire... Lettore, non ne ho colpa: Tombo diceva messa.

Esso ormai divorò bestialmente l'ostia consacrata e bevve il sacro vino. E qui una nuova esitazione mi prende. Non so s'io abbia il diritto di dire ognicosa e di turba­re fino a tal punto le anime bennate; ma

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infine m'è forza riferire l'ultimo abomi­nio eli quella abominosa notte. Colto da improvvisa necessità, Tombo lasciò cade­re il sacro calice e ruzzolar pel piano; e, contro uno spigolo del tabernacolo... de­vo pur dirlo in qualche modo, scompisciò l'altare.

Sorse il grido lungamente rattenuto della monacella; la quale si buttò in ginocchio e fra convulsi singulti andava esclaman­do, e poi mormorando appena: «Signore perdonaci!». Quanto alla zittella, non profferì verbo. Essa si levò trasognata e mosse verso la chiesa.

Tombo, a quel fracasso, s'era affrettato a ributtar tutto nel ciborio, di cui aveva risbatacchiato lo sportello. Adesso rico­nobbe certo la padrona e, attraversata a precipizio la cappella mostrando per ogni segno un pazzo terrore, se ne andò per dove era venuto.

Approfittando eli quest'attimo di so­spensione, arrischierò un'ipotesi: che la scimia avesse, magari più d'una volta, as­sistito al sacrifizio da lei stanotte rozzamente ed empiamente contraffatto. Usa­va intatti, s'è veduto, uscire al lume delle stelle; e vero e anche clic la prima messa si dice in taluni luoghi e in talune stagioni ancora a buio. Tombo dunque poteva aver osservato il cerimoniale di dietro al-

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la rosta, essendosi per avventura attarda­to fuori; finché una bella notte gli era venuta la fantasia di imitare quegli officianti. E fu la sua prima e ultima prova. Ma torno a ripetere che non pretendo, del resto, spiegar nulla di questa oscura storia.

L'animale, avendo preso più rapido cam­mino, precede Nena a casa; dove rientrò in furia nella gabbia, si trasse dietro l'uscio (solo tralasciò, stavolta, di riabbas­sare il nottolino) e si rimise il pettorale, che tuttavia gli restò torto e in tirare su una spalla. Quando la padrona di ritorno venne in cucina, fu preso da un tremito violento di tutte le membra, si buttò non­dimeno sul suo giaciglio fingendo di dormire; ma subito dopo, come convinto che una tale astuzia fosse ormai inutile, riaprì gli occhi e li fissò supplichevoli su di lei. Squittì poi debolmente e fece l'atto di strapparsi i capelli, volendo forse con ciò confessarsi pentito. L'altra non gli dis­se nulla e parve addirittura non avvedersi della sua presenza.

Alle febbrili interrogazioni delle due donne rimaste non rispose che: «deve morire».

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CAPITOLO SESTO

 

Lilla, sostenuta in parte da Bellonia, ten­tò con tutte le sue poche forze la difesa di Tombo. Come eccessiva le era parsa la costernazione della sorella ai trascorsi della bestia, così ora le pareva eccessivo e crudele il progettato castigo, che pure era la logica conseguenza di quella coster­nazione. Lamentandosi, persino talvolta piagnucolando, il che le devastava lo scar­no viso più di quanto possa concepire una comune fantasia, collo stringinaso di tra­verso, ella trotterellava a tutte l'ore dietro a Nena e si studiava d'addurre argomenti in favore della scimia, i quali erano poi sempre i soliti e i medesimi. L'altra, non disposta dapprima a dar spiegazioni, vi si decise da ultimo e prese a ragionare in modo che sembrava normale; ma rimase irremovibile. Ne nacquero come sempre di gran discussioni.

Le ragioni stesse di Lilla, diceva Nena in sostanza, valevano a farne disperata la causa, e proprio perché Tombo era un animale, poteva e doveva seguire la sorte dei suoi simili; gli animali invero hanno

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sì diritto alla massima indulgenza, ma quando si tratti di comportevoli trascorsi e peccati veniali, se per contro divengono nocivi e pericolosi, si sopprimono. E que­sto non era soltanto nocivo e pericoloso, sibbene anzi qualcosa di peggio, per non voler pronunciare la propria parola. E d'altronde una tal bestia. Lilla medesima l'aveva detto, come tenerla a freno? Se non una cosa, ne avrebbe fatta un'altra, e, qualunque precauzione si fosse presa, avrebbe inventato alcunché da frustrar­la. Senza contare che loro due sarebbero veramente diventate la favola di tutta la città (così diceva la zittella), se non s'appi­gliavano a un pronto ed energico partito; e non la favola, l'obbrobrio, epperò le reiette, della gente dabbene e timorata. In verità, non si sa come, poche ore dopo il fatto la storia della scimia che diceva messa era su tutte le bocche, nel rione. Già principiavano in casa delle zittelle le visite di casigliane, e anche di vecchiette quasi sconosciute, con vari pretesti. Del traffico col monastero non si parla.

Argomenti, questi di Nena, che non si può dire al postutto non fosser migliori di quelli della sorella; e che erano atti a con­vincere chi, come Lilla, non avesse ben capito come stavano le cose. Della quale incomprensione, soggiungerò di passata,

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io stesso non oso fare una colpa alla pove­rina. Questa comunque, persuasa a metà, non si clava tuttavia pace. Quando, dan­dosi per perduta, inconsapevolmente tentò la suprema risorsa e in maniera vaga rammentò a Nena che Tombo era un sacro ricordo, e anzi rappresentava in certo modo il loro fratello morto; colei ribatté quasi stizzita che Tombo era sol­tanto una bestia e non rappresentava nes­suno, e che se il fratello fosse stato vivo e avesse veduto tale bestia macchiarsi di simile nefandezza, certo neanche lui avrebbe esitato ad ammazzarla. Infine, tutto quanto Lilla potè ottenere fu che, prima d'eseguir la condanna, si consul­tasse per scrupolo di coscienza qualche santuomo di comune fiducia.

Bazzicava per casa, e può darsi dirigesse le coscienze appunto delle zittelle, un cer­to prete vecchiotto, o forse non prete ma qualcosa di più nell'ecclesiastica gerar­chia, monsignor Tostini insomma. A costui fu rimessa in suprema istanza la de­cisione. Ma c'è caso che suprema istanza sia troppo dire: non è escluso che Nena si riserbasse eli fare a suo modo se anche il monsignore si fosse pronunciato contro di lei; pel momento però non le costava nulla dar quella soddisfazione alla sorel­la, e inoltre conosceva i suoi polli.

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Era, monsignor Tostini, come dire sordastro, e aveva di conseguenza una gran voce. Era un di quei preti che affettano di parlar senza ambagi, e al tempo stesso ostentano una gran tolleranza e com­prensione in tutte le faccende umane e non umane; che paiono grandemente apprezzare e gloriosamente celebrare la natura e il mondo del buon Dio; che con esemplare mitezza fan mostra di conside­rare i falli dei deboli peccatori; che con mansuetudine devon talvolta sofferire gli oltraggi; che hanno un sorriso buono, che parlano di volate di rondini e di cam­pane a mattutino, dei propri polmoni dilatantisi all'aria della campagna; che in ogni cosa vogliono apparire inclini all'in­dulgenza. Un eli quei preti, in una parola, di cui la gente dice: «veh il santuomo, quello per davvero segue le orme di Cri­sto! »; e di cui più declamatoria e retriva genia non si dà.

Orbene, questo monsignore, invitato nel salotto verde, vi udì le parti. Quindi, sen­za pronunciarsi alla prima, e dopo al­quanti mugolii di dubbia interpretazione, imprese un discorso che commosso lo era digià, ma che non si sapeva bene dove volesse parare, tanto ampiamente era impostato; che era comunque inteso a lodare in generai tono Dio nelle sue crea-

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ture. Senonché egli si aggirava appena sull'esordio, quando picchiarono alla por­ta di casa. Era un altro prete, chiamato dalle zittelle padre Alessio senza più; si può dire ancora un giovinetto, tonsurato forse l'anno innanzi; biondo e d'occhi celesti. Un prete timido e facile ai rossori, e che già dicevano molto caritatevole, sebbene abitasse da poco la città; era infatti straniero, svizzero salvo errori. Costui capitava per caso, per tutt'altre ragioni da quelle che tenevano riunita la corte in salotto, e che egli ignorava. Con­venne nondimeno invitarlo in detta stan­za e, dopo averlo brevemente informato, a prender parte al dibattito.

Il Tostini, che non lo conosceva, era rimasto non poco seccato dell'interruzio­ne, caduta proprio quando i suoi occhi principiavano finalmente a inumidirsi. Ristabilitasi la calma, riprese il suo discor­so, ma con tanto vasti e impensati svilup­pi, che Lilla, la quale tremava per la sorte di Tombo, osò approfittare d'un suo scatarramento nel fazzoletto per interrom­perlo. Balbettando quasi, ella gli chiese se credeva in sostanza che si dovesse ammazzare la scimia. Il monsignore, messo alle strette, mugolò e mugolò, ma dovette finire col pronunciarsi. E si pro­nunciò press'a poco in questi termini, tra-

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lasciando, s'intende, le numerose volte della sua eloquenza:

Vi son peccati che si possono e si devono perdonare, taluno persino dei capitali. Non è ad esempio chi non veda che, orri­bile e orribilissimo com'è il peccato di gola, si può trovare il verso, se non di giu­stificarlo, di scusarlo: e in verità fare onore, sia pure smodatamente, alla men­sa imbandita da Dio non è sempre irrepa­rabile colpa. (Questa poco ortodossa lon­ganimità del Tostini era in parte interes­sata. Si omette ora l'ulteriore casistica). Altra cosa è per quei peccati che nessun animo bennato può considerare senza fremere. Peccati inqualificabili; peccati che non possono sperare di trovar remissione ne davanti all'Eterno ne davanti agli uomini; peccati cui s'applica la sen­tenza di Dante là dove dice: qui vive la pietà quando è ben morta. (Omiss.). I pec­cati, insomma e appunto, contro la mae­stà di Dio; che fanno poi un unico e abominato genere. Su questi peccati e que­sti peccatori infierire è gloria. Dove an­drebbe a finire tra l'altro il mondo, la so­cietà, l'individuo, se si trovassero spiriti tanto vili, o se comunque si trovassero in maggioranza, da tollerare un tal genere di peccati? (Omiss.). Ora, la scimia in quanto animale aveva diritto, senza dubbio, a una

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più grande indulgenza; ma al tempo stes­so, di nuovo in quanto animale, ammette­va una più grande severità ed escludeva i soverchi scrupoli. Giacché Dio creò gli animali sottoposti all'uomo e per suo comodo. Le due eccezioni dunque si com­pensavano. « L'ostia consacrata » esclamò da ultimo il Tostini « non solo frantumata, ma frantumata da denti bestiali! L'altare di Cristo insozzato!...». La conclusione era chiara: pollice verso. Lilla basi. Nena serbava un'aria del tutto modesta e naturale, come a dire che non c'era nulla di strano se una persona da senno si pronunciava in quel senso. Ella appariva però anche un poco distratta; e distrattamente, per cortesia, chiese il suo parere a padre Alessio.

«Sì, sì,» rincalzò benevolo il Tostini «co­sa ne pensa il mio caro fratello in Cri­sto?».

Il giovane prete, che aveva fin lì taciuto in attitudine deferente, arrossì forte e s'aggiustò sulla poltrona schiarendosi per timidezza la gola.

« Non saprei... » disse con sensibile accen­to straniero « ma... ma mi pare che la scimia sia innocente». «Eh?...» fecero tre voci a un tempo, o meglio quattro, dato che Bellonia era sci­volata intanto nella camera, sedendosi

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vicino alla porta. Quanto al Tostini, fece eh perché non aveva difatto udito, e anzi si pose la mano attorno al padiglione del­l'orecchio, sorridendo ottusamente.

«Sì...» riprese padre Alessio spaventato «insomma non ne ha colpa...».

« Non ne ha colpa la scimia di ciò che ha fatto, intendete? » disse con ugual bene­volenza il monsignore, che aveva stavolta udito. «Sì e no. Capisco cosa volete dire: che una scimia è un ignaro bruto. Tutta­via chi pecca è peccatore. Non dimentica­te d'altronde che quando un sacerdote rimette un peccato (e non tutti i peccati si possono rimettere, come ho chiarito pri­ma), non lo fa già per nulla o, diciamo, gratis et amore Dei. Se, in armonia al pre­cetto che suona: "Iddio non vuole la mor­te del peccatore, ma che si converta e viva" si cerca, e sempre si dovrebbe, colpi­re il peccato stesso anziché il peccatore; non è men vero che il peccato rimesso lo è a patto di qualcosa, che esso attende la sua espiazione, il suo ben proporzionato castigo. Il quale non manca mai di segui­re, tanto più terribile se segua solo nell'a­nimo del peccatore. Eh, sarebbe bella che un peccato qualsiasi, un'offesa dico all'E­terno, al Padrone di tutto e di tutti, rima­nesse inulto! Ma qui, mio caro giovane, in cambio eli che, rimetteremmo all'anima-

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le il suo nefando peccato? Questo, chi dovrebbe pagarlo? Provate un po', » sog­giunse il Tostini con paterna giovialità « provate un po' a evangelizzare il popolo delle scimie! Ciò per venirvi incontro fino al punto da ammettere che il pecca­to trovi il suo riscatto anche solo nella conversione del peccatore. Eppure torno a ripetere: questa conversione deve sì o no essere accompagnata almeno da fiere doglie di coscienza? Che sono appunto il castigo... ehm ehm... e che nel nostro caso non possono... ehm... sopravvenire... E chiaro?».

Come il discorso gli si confondeva, il monsignore rifiatò. E d'uopo del resto soggiungere che stava aspettando con impazienza il caffè, perché a quell'ora soffriva di languidezze; le donne nella gravita del momento se n'erano dimenti­cate.

«Ebbene, mio caro giovane?» diss'egli ancora.

Padre Alessio si sentiva diventar rosse le orecchie in modo indecoroso, sentiva che a parlare avrebbe balbettato, inoltre si temeva un poco, e per soprammercato il tono paterno dell'altro gli dava ai nervi; sicché si agitava sulla poltrona tossic­chiando debolmente e non diceva nul­la. Ma l'altro non la intendeva a questa

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maniera. « Ebbene, mio caro giovane? parlate, parlate pure liberamente» bada­va a ripetergli. Senza dubbio la timidezza dell'altro lo divertiva e lo confermava nel­la propria sicurezza.

«Ecco...» disse finalmente il giovane, balbettando come aveva preveduto, ma con una leggera irritazione nella voce, preveduta solo in parte, «ecco, voi di nuovo parlate di peccato, voi avete detto prima che la scimia ha diritto a una mag­giore indulgenza... Ma perché maggiore soltanto? a tutta l'indulgenza possibile, piuttosto. Che cosa ne sa una povera sci­mia dei vostri altari e delle vostre ostie consacrate?... ».

« Padre! » disse Nena.

«Padre!!» disse Lilla.

Bellonia mormorò qualcosa fra i denti. Monsignor Tostini non era sicuro d'aver udito bene l'ultima frase e gridava: « che? che? » protendendo il volto e senza smet­tere, a buon conto, il suo sorriso. L'e­spressione di padre Alessio era in veri­tà un po' forte, ma, a parte tutto, questi l'aveva pronunciata solo perché non glie ne era venuta altra più felice, e difatto nel senso che spiegò.

Tutti, dopo una pausa: « I vostri altari, le vostre ostie! ».

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« Ma sì... volevo dire nostri... dicevo vostri per dire quelli di cui voi, monsignore, avevate parlato...»; e il giovane sospirò d'interno calore.

«Beh, beh, lasciamo andare» disse il Tostini, tuttavia benevolo. « Ma ho già risposto, mi sembra, all'obbiezione. La scimia non sapeva quel che si faceva, sta bene, ma a questa stregua... Alle corte, un orribile peccato è stato qui commesso. Chi, torno ancora una volta a ripetere, deve pagarlo, secondo voi? Di questo pec­cato cosa ne facciamo, giovanotto? Non spererete, certo e neppure (come ho del pari già detto), che la scimia si penta. E Dio, giovanotto, è infinitamente miseri­cordioso e buono, ma è anche dio di giu­stizia e, se per tanto da tanto, così per tan­to vuole tanto».

I due «giovanotto» avevano irritato padre Alessio ancor più dei molti «mio caro giovane»; tuttavia, afferrandosi ai bracciuoli della poltrona, egli riuscì a par­lar dolcemente.

«Sì, ma... eppoi non è quello che intende­vo. E in ogni modo... insomma il peccato l'hanno inventato gli uomini».

« Come come? » disse Nena, che aveva capito alla prima; Lilla le fece eco.

«Calma, signorine mie!» intervenne il Tostini, perdendo una miscea del suo

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sorriso. « II mio giovane fratello e confra­tello può aver ragione, se per inventato intende commesso. Senza dubbio l'uomo non aveva bisogno di peccare per esser felice nell'Eden; e anzi colla sua disobbedienza ha apprestato a se stesso una vita e talvolta, quod Deus a buon conto avertat da tutti noi, un'eternità di tormenti. Nondi­meno il concetto, la nozione eli peccato ci viene direttamente e proprio da Dio; da chi altri invero potrebbe? Non ci ha Egli, per mezzo del suo divin Figliuolo, insegnato che cosa è bene e che cosa è male? Non ci ha concesso di scegliere libera­mente fra l'uno e l'altro? E con ciò, mio caro giovane, ci ha additato (perché ce ne guardiamo) il peccato, che si contrappo­ne all'oprare secondo, ehm, le sue inten­zioni... ».

«Sì, ma...» ridisse padre Alessio, pren­dendo coraggio a mano a mano che au­mentava la sua irritazione. « Ma una sci­mia che cosa ha a che vedere con tutto questo? La vostra, voglio dire nostra, morale, andrà bene semmai per gli uomini, non per gli animali. Gli animali non hanno il... nostro famoso libero arbitrio».

«Semmai, famoso, uhm...» bofonchiò il monsignore perdendo un'altra oncia del suo sorriso. « Ma quante volte, benedetto figliuolo, ve lo devo ripetere» riprese

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staccando le parole e cantilenando « che il peccato sussisterebbe anche se per avven­tura non esistesse il peccatore? E nostro sacrosanto dovere è estirparlo sotto qua­lunque forma si manifesti e con qualun­que mezzo. Ma poi qui il peccatore c'è, anche se non sa d'aver peccato, dico se... veh che mi fate confonder le idee. Ma poi ancora, adesso che ci penso, cosa volete dire quando affermate che gli animali non hanno il libero arbitrio? Non vorre­te, spero, già credere che se la scimia ha commesso il suo crimine orrendo lo ha fatto per volontà di Dio? E infatti, gli esse­ri che non hanno il libero arbitrio non possono seguire che la volontà di Dio: quella di Satanasso conta solo nel cuore degli uomini, quando purtroppo vi conti. Dunque, giovanotto, osereste mai soste­nere una simil cosa?».

«Non la sostengo, eppure...».

« Non ci tenete neppure! E a che cosa di grazia? ».

Ma quella ridicola interruzione, dovuta alla parziale sordità del Tostini, ebbe su padre Alessio un magico effetto. Tutto quanto egli aveva ringoiato sul principio del discorso, e tutto quanto non gli appa­riva ancora del tutto chiaro, gli venne d'un tratto alle labbra con imprevedibile e incontenibile violenza; il giovane fu

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liberato. Inoltre, costretto ad alzare d'un tono la voce, e prestandosi scambievol­mente gli organi vocali e il cervello calore (sì che l'espressione delle sue idee ne acquistava una veemenza a lui medesimo sconosciuta), andò sempre più eccitandosi fino ad entrare in una sorta d'ebbrez­za.

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CAPITOLO SETTIMO

 

«Come: eppure?» aveva chiesto fredda­mente Nena.

« Ma che cosa dite, sapete che state bestemmiando? » aveva arrischiato timi­damente Lilla. E Bellonia aveva a sua vol­ta ribofonchiato qualcosa che accennava alla sua poca edificazione. Mentre il Tostini, senza sapere ne come ne quando, stimava però utile per ogni caso conside­rare il giovane con un'arietta ironica. Stretto dunque eia tutte le parti, questi proruppe, con cruccio e ostinazione qua­si infantili:

«Sto bestemmiando? Tanto peggio sem­mai! Ma non sto bestemmiando, datevi pace. Voi, voi tutti bensì state bestem­miando. Ma eli quale Dio parlate? Dio non è quello che credete. Dio è, monsi­gnore, al pari di me, al pari di quella scimia, estraneo alle vostre complicate par­tite di dare ed avere! Dio non ha nulla a che fare colle vostre o nostre istituzioni morali, coi nostri altari, colle nostre ostie consacrate; non dico che sia al disopra o al disotto di queste cose, dico anzi che esse

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non gli appartengono, non gli sono perti­nenti, o almeno non più di altre, di tutte le altre cose, tutti gli altri moti dell'uo­mo, degli animali o degli astri. Dio non è un dio di giustizia, non è neppure miseri­cordioso, non è cattivo e non è buono... ». :

Tutti: «Dio non è buono!! ».

«No, non è buono come non è cattivo: le vostre qualifiche morali, monsignore, non gli si applicano. Dio non è tanto degradato da conoscere il bene e il male. Poco fa ho detto che fu l'uomo a inventa­re il peccato, e poi vilmente ho taciuto alle vostre parole. Ebbene, non quello che voi avete mostrato di intendere, volevo dire. Volevo dire e dico che l'uomo ha inventa­to proprio la nozione del peccato, ed è questo il suo maggiore, no, il suo unico peccato... Il libero arbitrio! Ma sapete voi che bestemmia è, questa sì, la vostra cre­denza nel libero arbitrio? Sapete voi che il libero arbitrio nega Dio come non lo ne­gherebbe nessuno dei vostri pretesi pec­cati, se esistessero?...».

«Lo afferma anzi, perché...».

«No, lasciatemi dire, non hanno qui luo­go i vostri argomenti canonici. Lo nega non per le ragioni che vi hanno insegnato a confutare. Lo nega pel fatto stesso che lo limita, che lo limita sto per dire nello spazio. Supponiamo che Dio abbia detto

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all'uomo: queste sono le due vie, segui l'una o l'altra (prescindendo qui dalle ricompense e dai castighi relativi che vi siete scioccamente divertiti a inventare); e supponiamo che un uomo voglia segui­re quella del male. Ebbene, in quali ter­mini, con quali mezzi intendo, entro che ambito potrebbe seguirla? Non dovrebbe egli valersi, per farlo, di ciò che Dio stesso gli ha dato? Non son forse di Dio tutti i moti del suo cuore, come tutti gli stru­menti della sua azione, non sono anzi queste cose parte di Dio? Ma no, ciò non vi conviene, che allora Dio sarebbe responsabile di quel male. Ve dunque una strada che non passa per Dio, vi so­no cose che sfuggono al suo dominio, se­condo voi. Ne vale qui invocare il balor­do sofisma che quelle cose sfuggono al dominio di Dio perché tale è appunto la sua volontà. Come può darsi una simile volontà? Potrebbe sì darsi se Dio fosse altro dalle sue creature, se Dio non fosse in tutte le cose create (come per contro voi stessi ammettete), se Dio insomma non fosse Dio! E invece l'universo intero è il suo corpo vivente. E Dio stesso non può quest'unica cosa: liberare le sue crea­ture; perché le sue creature non sono altro da lui, ed egli altro non è che le sue creature. Dio stesso non può negare se

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medesimo, senza cessare di essere Dio, anzi di essere alcunché. Il tutto insomma non ha potere di farsi nulla, se anche il nulla può farsi tutto. Dio che cessa di essere Dio, che cessa di essere! diventa un ridicolo bisticcio. Ma così non stanno le cose, monsignore...».

«Ma Dio... ».

«Dio, Dio non so che sia. Cento volte ogni giorno lo bestemmio e cento lo benedi­co... Non so che sia, e per questo forse gli son più vicino... Me lo figuro talvolta come l'idea generale o astratta di tutte le innumerevoli cose che si trovano sulla terra, perché la terra sola conosco. L'idea astratta di codesto vostro cappello posato sulla tavola è ciò che lo accomuna a tutti gli altri possibili cappelli; e così Dio sareb­be ciò che accomuna, che lega, ogni cosa con ogni altra cosa, il fiore all'uccello, la luna al palmo della mia mano, ciò in cui ogni contrasto trova pace e ogni eteroge­neo diventa omogeneo, restando tuttavia diverso. Sarebbe quanto quegli oggetti, dissi, hanno di comune fra oro; e quanto ha di comune ciò che noi chiamiamo odio con ciò che chiamiamo amore, la super­bia coll'umiltà. Per questo dicevo prima che ignora il bene e il male, che non lo si può dir buono ne cattivo. Non rientra in nessuna categoria morale perché niente è

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al difuori di lui, e tutto egli comprende. E per questo anche ogni cosa ci cleriva eia lui, il cosidetto bene come il male, senza distinzione... ».

«Gesù! ».

«Oh Croce santa! ».

« Potenza divina! ».

« No, non vi allarmate, non bestemmio perciò. Voglio dire che il male non è male, forse, che tutto è bene. Ma poi no, non so che cosa voglio dire... Dio, lo cer­co... Ebbene sì, anche quello che chiamia­mo male ci viene da lui: così io lo adoro!... Lo cerco; è questo il modo d'adorare del­le creature, l'altro è perderlo per sempre. Lo cerco senza tregua. So di non perderlo perché non lo troverò mai. E non posso trovarlo: io sono lui, e quando dico che lo cerco intendo che cerco di essere il più possibile lui... So anche che cosa pensate: che mi contraddica, perché anche l'altro modo di adorare ci viene da lui ed è lui - io stesso l'ho detto che tutto è lui. Ma non m'importa di contraddirmi, eppoi non mi contraddico; soltanto, non ho parole per dire quello che voglio e sono costretto a servirmi dei vostri e nostri temimi. Non ignoro che adorare, secondo la mia idea eli Dio, non vuoi dir nulla: come si può infatti adorare se stessi, essendo se stessi? Giacché io, di nuovo, sono Dio, al pari di

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tutte le altre cose create. Dicendo lo cerco intendo forse semplicemente che sono già lui, con tutto quanto egli contiene, è, di bene e di male... E neppure "creazio­ne" ha più senso: non si può parlare di cose create se Dio è le cose create, le cose senza più. Dio non ha creato niente, Dio è. Io sono. Tutto è. Ovvero, poiché qui non hanno ormai valore le nostre distin­zioni, non è, e io non sono, e tutto non è; o ancora il nulla è; o non è. Come volete infine.

«Tento anche di negarlo, vorrei giunge­re a non sapere se esiste o non esiste (di nuovo e sempre son costretto a servirmi delle nostre parole), che sarebbe il più alto modo d'adorarlo. Ma non ci riesco. Che negarlo non potrei senza valermi di ciò che egli m'ha dato, anche qui; senza essere, almeno. E se sono, lo affermo... Tento di rappresentarmelo, quasi fosse possibile. Mi ricordo che al collegio, lassù, un compagno aveva scritto non so che racconto, e Dio vi compariva; sotto forma di bambino in fasce. Bambino in fasce, perché no? o vecchio barbuto è tutt'una... E intanto lo adoro in tutte le sue creature, che sono parte di lui e di me. In tutte le sue forme, che sono ciascuna perfetta. So che altre infinite forme l'uomo, orgo­glioso, crede di poter inventare; ma sa-

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rebbe illusione che fossero più perfette o che non fossero Dio. Esse sarebbero solo forme diverse, meno manifeste, di Dio. Ciascuna forma, dico, è in sé perfet­ta: come tale, non può essere che così... So che parlo oscuro e che ogni momento di nuovo mi contraddico; ma ho detto che non me ne importa, se però è vero... Quante volte mi son sorpreso in ginoc­chio davanti a un gatto che si lava la fac­cia, davanti a uno scoiattolo (ce n'era uno lassù al presbiterio) che mangia una noce, davanti a un rospo al sole che, allarmato, resta a metà passo, con una zampa stesa ancora indietro e, immobile, guarda e ascolta! O davanti a qualunque altra cosa, davanti a un filo d'erba come davanti alla casa d'un uomo, davanti alle stelle del cic­lo come ai rifiuti d'un corpo vivente. Ecco, mi dico, questo gatto è così e non può essere che così, ed è perfetto; un'al­tra cosa o forma non sarebbe mai un gat­to più perfetto o più bello di questo, sa­rebbe soltanto un'altra cosa, non sareb­be un gatto. Ma quest'altra cosa sarebbe ugualmente perfetta in sé... Non spero di farmi capire. Potrei forse con altre, con gelide parole, ma allora mi capireste, appunto; e questo sarebbe segno che mento... Tali ad ogni modo, monsignore, sono i miei infiniti altari; non miei, di

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tutti (come voi dite) gli uomini di buona volontà. Era questi altari, il più piccino e il più triste — quello davanti a cui si genu­flettono i vostri sacerdoti...

«Hanno pensato alcuni che l'uomo pec­chi perché il male e il dolore gli sono più graditi del bene e del suo bene, o che comunque il male gli sia altrettanto ne­cessario che il bene. Cieca e presuntuo­sa affermazione! Che male e che bene? L'uomo pecca soltanto perché non può non peccare; ma poi non pecca. Ne può' essergli il male più gradito o necessario del bene, anzi non può essergli neppure necessario; perché è, come il bene, lui stesso. Ed è lui stesso perché è Dio stesso. Non c'è male e non c'è bene. Il male e il bene, anch'essi, sono, che Dio è soltanto. E sono come una cosa sola, non l'uno con­tro l'altro. Anch'essi sono il corpo vivente di Dio; Dio insomma senza più...».

Il giovane s'era prima levato in piedi. Ora ricadde a sedere di schianto, un'ombra parve oscurargli la fronte, i suoi occhi parvero spengersi. Vi fu una breve pau­sa. Gli ascoltatori erano senza fiato. Poi padre Alessio sembrò nuovamente ani­marsi, ma di altra e più triste foga.

«Scusatemi, » riprese «se vi ho parlato di me; o piuttosto scusatemi se vi ho parlato di Dio, che è argomento da non piacer-

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vi... E ora, la scimia ha mangiato l'ostia consacrata, la scimia ha celebrato la santa messa: e con ciò, vi domando? Non può ciascuno celebrarla, se così gli piace e se proprio lo crede necessario? Di quale creatura, per parlare al vostro modo, possono l'omaggio e l'adorazione non trovar grazia davanti al trono del Creato­re? Non ha forse la scimia mangiato ogni giorno il corpo di Dio, anche prima? Non lo mangiano tutti ogni giorno? So bene che l'ammazzerete, questo che a voi appa­re deforme e immondo essere, questo che è essere santo e divino al pari di Dio, di cui è parte; che l'ammazzerete per un orrendo misfatto che è invece un natura­le suo moto. Ma se così sarà, segno che dovrà essere così, anzi che così sarà senz'altro. Il Dio, sempre per parlare al vo­stro modo, che gli ispirò di dir messa, avrà anche ispirato a voi la viltà, l'insi­pienza, la vergogna del vostro, ora sì, misfatto... La scimia ha scompisciato l'al­tare: e con ciò? Dio... ».

Ma qui il Tostini riprese finalmente la parola, e le altre con lui: lo strano incan­to, a loro medesimi incomprensibile, era rotto.

«Basta giovanotto!» gridò quegli levan­dosi a mezzo. «Basta eppoi basta! Se ho potuto tacere finché davate nelle vostre

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oscure speculazioni, non commendevoli certo, ma che io, ehm, posso anche scusa­re in un giovane inesperto e troppo ahi­mè ardente, ehm ehm... Macché scusare e scusare! » riprese a un tratto urlando come un ossesso. «Cosa mi fate dire! Dio perdonami! Macché inesperto, macché ardente, dico! Voi siete tentato dal demo­nio! Macché tentato, voi avete già ceduto alle sue tentazioni, alle sue lusinghe! Voi siete sua preda!... Alle corte, giovanotto: voi ponete in dubbio verità sacrosante di fede, voi bestemmiate come il più tristo, come il più empio dei marrani, voi... quest'è il fatto. E io, io... io non posso manca­re, verrei meno ai miei più santi doveri se non lo facessi, mancare di darne parte a chi di ragione. E ora, giovanotto, come vostro superiore, come sacerdote, come uomo, vi impongo di tacere!».

E il Tostini ricadde a sedere ansimante e sibilante come una caffettiera.

«Basta voi coi vostri sproloqui, perdio! e coi vostri giovanotto (fortuna davvero che almeno non son più il vostro caro gio­vane!). Se io son giovane, voi siete la vivente dimostrazione che non sempre la vecchiaia va unita al senno, ecco quanto dovevo pur dirvi una volta!... Informate chi vi piace, di questo peccato saprete sì cosa fare! Ma anche dell'altro purtrop-

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... Ah, perché non vi ho risposto, quan­do poco fa mi chiedevate, con ehm, veh, e altri versacci ignobili: di questo peccato cosa ne facciamo, giovanotto? » e padre Alessio contraffaceva la voce e il tono del monsignore. « Perché non vi ho risposto: mettetevelo in tasca, corpo del vostro Dio, per non dire nel tafanario!... Infor­mate chi vi piace, ci tengo; confessatevi di ciò che avete oggi udito; chiedete "licenza ai superiori" anche di far pipì, con o sen­za candeletta!... ».

Il Tostini si rovesciò sulla poltrona rosso come un gallinaccio, portandosi una ma­no al cuore. «Soffoco! » mormorò. Lo scandalo era al colmo. Le bestemmie, gli oltraggi di padre Alessio, e sopratut­to la sua inaudita platealità, divenivano insostenibili anche per lui. Egli invero non è propriamente che avesse perduto il capo, anzi aveva acquistata una sorta di freddezza; ma godeva a esser volgare, o meglio voleva esserlo, gli pareva necessa­rio. Facendo violenza alla sua urbana natura, si imponeva di esserlo il più possi­bile e, se non lo era maggiormente, è solo perché non ci riusciva.

Le due zittelle, imitate da Bellonia, s'era­no ora levate. Strano o non strano a dirsi, la più sdegnata era Lilla, la cui causa, pure, il giovane a suo modo patrocinava;

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ella però non trovava parole e, colle lagri­me agli occhi, aggiustandosi di continuo lo stringinaso, si limitava a tremare per tutto il corpo. Nena, un attimo indecisa, fissava il giovane prete che s'era del pari alzato, e anche le sue labbra tremavano. Bellonia emetteva dei pos pos soffocati, abbozzando segni di croce. Mentre il Tostini, tenendosi tuttavia la mano sul cuore, mormorava adesso: «la sacra vi­vanda... dunque la sacra vivanda... lo scempio della sacra vivanda...».

«Me ne sbatto della vostra sacra vivan­da!» disse padre Alessio gelidamente, pronunciando la frase scurrile con visibi­le sforzo.

«Lasciate subito questa casa!» disse fi­nalmente Nena.

«Via da questa casa!» ridisse Lilla con voce piagnucolosa.

«Via, via, fore, fore! » esclamò a sua volta Bellonia, che era anche lei del paese lag­giù.

« Non chiedo di meglio » ribatté padre Alessio. « Ma prima ho ancora qualcosa da dirvi. E proprio a voi, vecchia baffuta e corrotta. Perché vostra sorella trema e non dice nulla? perché talvolta, non oggi soltanto, trema a guardarvi? Al pari della scimia, questa povera creatura...». "Io non tre-emo af-fatto» bubbolò Lilla.

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«Perché insomma» riprese il giovane senza badarle « volete ammazzare la scimia? Quali sono, dico, le proprie ragio­ni?». E, a vero dire insensatamente, fis­sava Nena.

«Vi ho già pregato di uscire » replicò que­sta con una specie di calma dignità. « E se davvero foste, se non un sacerdote, un uomo almeno, vi farei notare che posse­dete forse la seconda delle virtù cardinali, ma non la terza, e per nulla affatto la pri­ma e la quarta ».

«E’ uno scherzo, un ridicolo indovinello! » proruppe il giovane, tuttavia perplesso, suo malgrado, a quel singolare modo d'esprimersi, e necessariamente un tanti­no smontato. «È una ridicolaggine degna di voi. Come se io sapessi per ordine le quattro virtù cardinali! Ma neanche al­la rinfusa! Le quattro virtù cardinali, puah!...» si fermò per cercare una frase volgare; non la trovò. «Rispondete piut­tosto alla mia domanda! » seguitò final­mente, riprendendosi del tutto.

«Infine come devo dirvi di lasciare que­sta casa? ».

«Sì, lasciatela» appoggiò debolmente il Tostini, che era da ultimo un po' tornato in sensi.

«Me ne vado, me ne vado!» urlò padre Alessio piantandosi il cappello in capo.

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«E adesso sacrificate quella povera crea­tura, la scimia, sacrificate me, sacrifica­te, come avete sempre fatto, il mondo intero di Dio a... Vendicatevi. Vendicate­vi della vostra vergogna, della vostra ridi­cola impotenza, del vostro astio, della vostra rabbia; vendicatevi d'esser vili, di non aver saputo vivere, d'esser corrotti. Vendicatevi, voi, eli non essere stata scel­ta da un uomo, con cui avreste potuto abbandonarvi ai più sozzi piaceri. Ma l'amore, quello verecondo che Dio fa nascere fra gli uomini, vi è inviso, e per questo nessuno vi ha scelta; e per questo anche, voi, abbiettamente invida, avete impedito che vostra sorella godesse a sen­tirsi stretta fra le braccia d'un uomo, a sentire sulle sue le labbra...».

«Oh Gesù! ».

«E che c'è di male! Tale era il suo diritto: ognuno ha diritto alla sua felicità, e, la felicità. Dio ha disposto che sia facile averla, che sia (ad onta delle blasfeme affermazioni dei vostri sacerdoti) di que­sta terra!... Immaginate forse che vostra sorella non sarebbe più vicina a Dio se... Anche ora, anche ora!... Vendicatevi di... Oh Signore, salvala, liberala questa pove­ra creatura dagli altri, da se stessa, dalla sua putrida castità!... Vendicatevi dun­que di... ».

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«Oh benedetto Iddio! Sia fatta o Signore la tua santa volontà!...».

«Basta basta! ».

«Fore fore! ».

E Bellonia interruppe il frenetico e insen­sato discorso del giovane spingendo que­sti addirittura per i gomiti. Padre Alessio, come sbollito a un tratto, fece un gesto, si strinse nelle spalle, ed uscì. Bellonia lo accompagnò fin sulle scale, sbattendogli dietro la porta.

Nena si teneva una mano sugli occhi. Il Tostini, ancora estremamente abbattuto, non alzava i suoi. Vi fu un attimo di pro­fondo e costernato silenzio. Stridula poi ed alta, da isterica, si levò la voce di Lilla:

«Signore abbi pietà di noi!».

E qui tutti, per ultimo il monsignore, ricominciarono a parlare, a esclamare, a gridare, soverchiandosi a vicenda, non ascoltandosi. E qui anche lasceremo la compagnia ai suoi commenti.

Povero Tombo, ad ogni modo! Peggior avvocato non poteva trovare.

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CAPITOLO OTTAVO

 

Ammazzarlo, ma come? il meglio, diceva Lilla, è darlo a uno... sì, a uno di quegli istituti che senza dolore... Ma no, gli faranno ugualmente male, ribatteva Ne­na andando in su e in giù per la stanza e torcendosi le mani al suo solito modo. Da quando era cominciata quella storia le zittelle apparivano più scarruffate di pri­ma, che non sempre pensavano a metter­si la reticella, e i loro cernecchi irti o pen­denti avevano un color bianco giallastro o affumicato. Gli faranno ugualmente male, a questa povera bestia! Eh, diceva Bellonia come a significare che quella non era poi la fine del mondo; eh, con una coltellata « in canna » non soffrirà affatto... La buona fante era abituata ad ammazzar polli.

E se una bastonata in testa all'improvvi­so? e se un colpo sulla nuca come si fa coi conigli? se una martellata come si fa cogli animali vaccini? se un laccio alla gola? e se gli mettessimo la testa nell'acqua come si fa tante volte coi piccioni? e se mettessimo tutta la gabbia nell'acqua, come si fa colle

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trappole dei topi? - già, ma dov'è un reci­piente tanto grande semmai?... E non la finivano più, e senza saperlo s'esercita­vano a escogitare i supplizi più raffinati per l'infelice animale. No, no, l'unica è darlo a uno di quegli istituti... Ma ti dico che gli farebbero male lo stesso! Eppoi se ne accorgerebbe, che deve morire; no, no...

Dalla sorpresa nella cappella erano pas­sati due giorni. Tombo, che il primo ave­va seguitato a manifestare un folle spa­vento e s'era serbato umile e buono il più che poteva, s'era andato durante il secon­do, visto che non gli capitava nulla, gradatamente rassicurando e aveva ripreso una parte della sua abituale vivacità. Ma ora, vedendo quel concilio di donne davanti alla sua gabbia, era di nuovo entrato in sospetto; forse anche capiva taluna delle loro parole, poiché esse, dan­do per dimostrata la sua incomprensione dell'umana favella, non s'astenevano che dal tare il suo nome. In ogni caso la bestia riconosceva per istinto la verità di quei triste e ineluttabile proverbio che dice: «concilio di volpi, sterminio di galline»; e volgeva gli occhi inquieta dall'una all'al­tra zittella (Bellonia la prezzava meno, che ben sapeva qual'era il suo stato), scru­tandone i volti, lamentandosi debolmen­-

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te, e ogni tanto eseguendo all'improvviso pazze giravolte per la gabbia.

Annottava; la cucina, squallida come tut­te le cucine quando non vi arda il fuoco e non vi si agiti chi prepara il pranzo, era immersa in un funereo crepuscolo. Nena disse, seguitando a passeggiare colla sua camminatura da papera; ridicola nella sua senile pinguedine; in giubbetto, ma senza gonna. Disse tra febbrile e traso­gnata:

« Quando il tuo cane t'ha servito per molti anni e deve morire; quando vuoi disfar­tene o ha peccato; quando la sua pelle si sia coperta di croste e di minuti animali, le sue orecchie si siano sfrangiate e san­guinino, il suo naso sia sempre arido, ed esso si trascini dietro le zampe posteriori, abbandonate sul fianco, come una cosa morta; o quando la sua vista ti sia divenu­ta intollerabile - non affidare questo che fu tuo amico a mani straniere, neanche alle mani del tuo fratello: egli non lo conosce quanto tè; non fare che senta eli morire, serbagli l'ultimo rispetto e dagli tu stesso la morte; chiamalo in un angolo del giardino, dagli l'ultimo osso da rode­re, accarezzagli il capo con una mano e, coll'altra, senza che se ne accorga... Que­sto mi pare d'aver letto una volta... Io stessa lo ucciderò, se così deve essere... E

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ancora mi ricordo d'aver letto, tanto tem­po fa, d'un contadino che ammazzava un viandante per rubargli l'orologio, e al momento di colpirlo gli diceva: perdona­mi fratello... Ah ah, è ridicolo, no? È ridi­colo, intendo, che io ricordi ora queste cose... Ma basta. Io, si, colle mie mani: adesso so come... Ma che cosa ho da pian­gere, sciocca che sono! E voi, che state li impalate? Anche tu piangi, povera sorel­la mia... Ma basta ho detto. Su, accendete la luce, una luce forte, e accarezzatelo, baciatelo, salutatelo, e che sopratutto sia tranquillo! Su, muovetevi... Ora, subito: ho pensato come, adesso vedrete».

«No subito...» piagnucolò Lilla. «Non possiamo aspettare a domani?».

«Domani? perché domani? Sarebbe peg­gio » rispose Nena, ed uscì.

Di lì a poco chiamò le altre nella sua stan­za e mostrò loro un lungo spillone da cap­pelli, uno di quegli oggetti che nelle fami­glie perbene si tramandano di genera­zione in generazione. Era uno spillone d'antica foggia; d'oro, terminava da capo in una specie di trifoglio posto di sbieco, con incastrata in uno dei lobi una pietruzza vagamente rosata, non rubino però; acuminatissimo del resto, dato il suo uso. « Ecco, con questo sarà fatto in un mo­mento».

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Ma ahimè, malgrado le loro precauzio­ni la scimia dové ugualmente avvedersi di qualche cosa. Quell'armeggio intanto non le presagiva nulla di buono. Ave­vano accesa la luce, chiusa la finestra, deposta la gabbia in terra per sgombrare il grande tavolo su cui stava di solito, e su cui doveva svolgersi l'operazione; libera­to il prigioniero, gli avevano prima dato un buon boccone, uno dei suoi preferiti. E ora lo accarezzavano, Tombo, com'erano use talvolta, gli facevano il solletico alla pancia, al petto, là dove non aveva quasi vello, tenendolo rovesciato sul tavo­lo colle braccia aperte, pari al Caifas di Dante; lo chiamavano coi suoi più dolci nomignoli. Ma esso non sembrava la­sciarsi ingannare e girava rapidamente lo sguardo, ora disperato ora suppliche­vole, dall'una all'altra delle due che lo tenevano, Lilla cioè e Bellonia; si lagnava forte, corrugava la fronte, voleva scrol­larsi, rigirarsi, e, per merito sopratutto della seconda, non ci riusciva. Tentò persino di mordere a questa, da cui si sentiva più saldamente tenuto (ma anche perché delle due era la serva), una mano. E tutta­via si vedeva bene che non voleva dispia­cerle mostrando di non gradire i loro giuochi, e che cercava di contenere il più possibile quelle manifestazioni del suo

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istinto; quasi non facesse loro responsabi­li del terrore e dello sgomento da cui si sentiva invaso. Malgrado poi le sue ango­sce, lo si indovinava intimamente abban­donato a discrezione; fiducioso persino, qualunque cosa dovesse venirgli da quel­le volontà più forti della sua. Com'è di tutti gli animali, e l'unica arma loro rima­sta contro le umane malvagità. Ma forse, da ultimo, non immaginava che la sua situazione fosse tanto grave. A questo punto però Lilla non resse e, pretestando «una cosa di stomaco», lasciò presa; ella rimase nondimeno ad aggirarsi smarrita per la cucina.

E neppur fu cosa d'un momento, e Tombo sentì fin troppo di morire. Nena, reg­gendo la sua arma dietro la schiena, s'era avvicinata, e anche lei lo vezzeggiava e lo accarezzava colla mano libera. Poi si fece un rapido segno di croce; lo accarezzò ancora, tenendogli in pari tempo ferme le gambe - alle braccia pensava Bellonia. E d'un tratto vibrò il colpo. Ma, come si poteva del resto immaginare, lo spillone non seguì la via voluta: esso penetrò un poco più in alto o più in basso del cuore, o incontrò una costola. Convenne ripetere il colpo una, due, tre volte. S'era fatto un silenzio di tomba, che fu lacerato da un grido isterico di Lilla, una frase urlata

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precipitosamente, quasi fosse un'unica parola: « mi pare di uccidere nostro fra­tello!». «Zitta, stupida!» replicò Nena a denti stretti; e fu la prima e l'ultima volta che disse una cosa simile alla sorella. Infine Tombo, che s'era dibattuto furio­samente, si spense; si spense la violenza dei suoi sussulti, si spensero i suoi occhi che all'ultimo istante esprimevano ormai solo una sgomenta meraviglia. Le ferite I non davano sangue; ma un sottil filo di sangue colava dall'angolo della bocca. Il giorno dipoi Nena fece fare una cassettina adatta a quel corpicciuolo, foderata di zinco come quelle dei cristiani,, ve lo pose dentro e chiuse accuratamente. Dal­la sera prima ella era ricaduta in una delle sue crisi di mutismo, e Lilla, se volle pian­gere Tombo, dovè farlo quasi in segreto colla fante. L'altra annunciò solo che per i loro affari sarebbe stato bene avesse fatto una corsa al paese, e che si disponeva a partire l'indomani. Quella ragione aveva tutta l'apparenza d'un pretesto; comun­que la zittella partì di buon mattino. E laggiù, in un angolo del giardino an­nesso alla loro vecchia casa, fra le zolle che la primavera cominciava a spaccare, ai piedi d'un giovane noce che stava met­tendo le prime foglie, seppellì Tombo con tutti gli onori.

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Era una giornata dolce, c'era odore di sal­via e chioccolio di galline dagli orti accan­to; il sole principiava appena appena a scottare. Laggiù dunque mi auguro ripo­si ancora in pace l'eroe di questa storia.

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CONCLUSIONE

 

Dei pochi personaggi qui incontrati chi, come Bellonia e monsignor Tostini, tra­scina ancora una decrepita vecchiezza; chi, come le due zittelle, è già morto. Pare impossibile, e forse lo è difatto, ma tale è la solita conclusione. Impercettibilmente piegandoci e raffreddandoci ci avvicinia­mo al nostro principio, cantò (o strise) il poeta. Infine non è da ora che ci sarem­mo abituati; non è questo un mondo dove capitano le cose impossibili, e direi solo quelle?

A padre Alessio fu tolta per lungo tempo la messa. Parrà forse poco, ma gli è che in quello stesso torno, all'epoca dico della sua bravata in casa delle zittelle, gli venne non so qual malattia di mente che dette un poco a temere pel suo senno, e in più un mal di fegato; sicché «li superiori» furono ben lieti di coglier l'occasione e di evitare maggiore scandalo. Perché poi egli medesimo non buttasse la tonaca alle ortiche, è altro discorso. Ma anche lui era nel frattempo invecchiato.

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Il camposanto di T. non è lontano dal paese, ne dalla polverosa strada carrozza­bile. Ci si arriva anche per una scorciatoia ronchiuta e limitata di tratto in tratto da bassi muri a secco, donde si intravedono gli oliveti, i campi coltivati, le casette dei contadini. Ma, o che in quel luogo l'oriz­zonte sia naturalmente angusto, o chissà mai per quale altro motivo, non si ha punto l'impressione d'essere in campa­gna, nella vasta campagna del buon Dio. Intanto, prima di prendere l'aperto, si passa dietro certe case sottostrada e coll'ingresso dalla parte opposta; poi, più in su, la collina da un lato strapiomba sul cammino, e c'è persino un ulivo torto, traverso questo proteso a un'altezza che bisogna badare di non picchiarci del capo. E anche il frascato di là dalla stretta valle è triste e pallido a un modo.

Dentro al cimitero, l'orizzonte è contra­stato e chiuso da grandi eucalitti coi tron­chi lucenti e disquamati, che sempre pa­iono in morboso sudore; e dal muro di cinta quasi in rovina. Solo, da una parte, si mostra la groppa arida e azzurrina d'una montagna. Su questi eucalitti e sui cipressi, loro ingenui vicini, si posa tal­volta e zipila un tordo agitato o un più cal­mo merlo; ma vivono colà e starnacchiano per tutto l'anno le gazze. Malinconico

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popolo! Afflitte da non so che ipocon­dria e indolenza naturali, volano ed emettono il loro verso come tutti gli altri uccelli; ma se gracidano, un gracidio bre­ve e fluido di consonanti sonore, lo fan­no in un tono stanco e senza speranza; e se volano, è un volo cadente, ripreso a fatica quando sta per precipitare. Rasso­migliano stranamente, voglio dire sopra­tutto per via di quel verso ronzante, a uno che attraversi una via di città nelle ore canicolari. In generale, poi, non sembra­no intendersela con nessun altro uccello. E quando, chissà come, su un degli alberi capita una vivace pica, le sue strida risuo­nano pari a quelle d'un bimbo in una casa vuota o colpita dalla sventura, e l'aria medesima d'un tal mondo sonnolento n'è scossa. Ma, giusto, una beffarda ed esu­berante pica non può trovar simpatia presso un'accolta di gazze; e così quella se ne ritorna presto ai campi seminati, alle querce, ai meli.

Qui appunto son sepolte le due zittelle, di cui anche spero che riposino in pace. E a chi guardi attorno pare, insomma, che su ogni cosa si sia deposta un'impalpabile polverina grigia.

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NOTA

 

Trovo fra le mie carte questo frettoloso appunto di mano femminile; che, come può testimoniare l'illustre Giansiro Ferrata di Milano, non è una volgare contraffazione. « La [aggiunto] scimia si toglie il collare apre la gabbia si arrampica da una grondaia entra da una vetrata in una cappella delle monache (che confinano con il giardino — mangiava le ostie e beveva il vino che trovava sul [sic] alta­re, poi ritornava nella gabbia e si metteva il collare [.] le monache molto spaventate vedendo entrare un essere dalla finestra hanno gridato e fatto un gran tafferuglio. Poi visto che era una scimia hanno fatto un'inchiesta nel vicinato - finalmente sapu­to che il padrone era il dottor X andarono a lagnarsi con lui. Il quale giurò che la scimia era sempre stata legata e chiusa come tutt'ora [sic] potevano constatare le monache stesse. Infatti la scimia era così furba che sceglieva il momento opportuno che nessuno la vedeva [poco chiaro; o: vedesse]. Da quel momento si seppe che i biscotti che mancavano sempre alla padrona, erano regolarmente... [indec.; forse: rubati] dalla scimia. [Linea trasversale sul foglio; più sotto: donna imbalsamata. Ma questo secondo appunto è privo forse di relazione col pri­mo} ».

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II fatto potrebbe essere avvenuto a Firenze. Prego intanto il lettore di ammirare in questo scritto la vivace e libera temporazione, il più libero uso dei simboli tipografici, il disprez­zo della punteggiatura tradizionale; le quali particolarità non poco concorrono a un effet­to che invano si ricercherebbe da molti bacca­lari. Ah, voglio anch'io esclamare, se i lettera­ti abbandonassero un po' dei loro pregiudizi! Senza poi contare il principale vantaggio: che, se anche un po' meno patetica, la storia si presenta qui di gran lunga più concisa.

Ma la ragione che mi indusse a riportare que­sto appunto è sopratutto il desiderio di giu­stificare la forma «scimia» da me adottata invece della più comune. Onde, per compen­so forse, mi venne l'altra di «zittella»; per compenso e quasi (direi) « zittella » potesse esser diminutivo di «zitta», anziché di «zita».

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NOTA AL TESTO

di Idolina Landolfi

 

 

Le vicende editoriali delle Due zittelle, che Tommaso Landolfi (1908-1979) termina di scrivere nel marzo del 1943 («Pico, marzo 43 » è la data in calce al manoscritto), seguo­no la trafila caratteristica della maggior par­te delle opere dello scrittore: dapprima pub­blicazione su quotidiano o periodico, quindi stampa in volume. Questo lungo racconto, in particolare, esce sul quindicinale « II Mon­do», la rivista fiorentina composta nella ti­pografia Vallecchi e diretta da Alessandro Bonsanti (in redazione, con sede in Palazzo Strozzi, Arturo Loria, Eugenio Montale, Lui­gi Scaravelli, Giorgio Zampa). Il testo vi com­pare suddiviso in sei parti, nei numeri dall'I 1 al 16, a partire dal 1° di settembre 1945 fino al 17 novembre.

Vallecchi è anche l'editore di Landolfi (e tale resterà, con rapporto tutt'altro che piano, fino al 1972): ha già pubblicato, infatti, La pietra lunare (maggio 1939), La spada (marzo 1942), e II principe infelice (dicembre 1943); e sappiamo, da una lettera dello scrittore a Enrico Vallecchi, che Le due zittelle gli sono ugualmente destinate: il 1° gennaio del '43, infatti, Landolfi scrive da Pico — il paese

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dove è nato e dove usa ritirarsi per lavorare - dando conto dei progressi nella stesura del­l'opera: « [...] non con una quasi certezza, ma con assoluta certezza penso di poter corri­spondere a quanto fissammo; non c'è che un caso di forza maggiore, come sarebbe una pallottola in fronte, che potrebbe farmi man­care ai miei impegni. Ma a cedesti casi (a par­te che son clausole derogatorie sottintese in ogni possibile contratto) per carità non pen­siamo, e aiutiamoci come possiamo e fingia­mo che tutto segua il suo corso normale: mi sembra che di meglio non ci sia da fare [sia­mo appunto nel periodo bellico] / aggiungo: Che sto lavorando per te (son già a un cap. 4°); e che ti consegnerei il lavoro anche nel caso che mi richiamassero ». 1 Evidentemente, però, il Vallecchi rimanda un po' troppo (secondo una sua abitudine, del resto) la mes­sa in stampa del volume, e Landolfi decide in ultimo di rivolgersi altrove: Le due zittelle esce così per i tipi di Bompiani nel gennaio 1946; in copertina il testo vi è definito « romanzo » mentre nel risvolto, la cosiddetta «bandella», figura una breve presentazio­ne, non firmata, di Eugenio Montale.2

 

1. Tale lettera è dunque assai utile anche per meglio collocale, cronologicamente parlando, la composizione del lungo racconto.

2. La paternità dello scritto si evince da riferimenti contenuti nei carteggi del fondo Landolfi: coi è forse interessante riportarlo qui per intero: "In

 

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Con Bompiani lo scrittore non è alla sua pri­ma esperienza: nel 1942 aveva collaborato a Germanica, l'antologia di narratori di lingua tedesca curata da Leone Traverso, con le ver­sioni di una parte dell'Enrico di Ofìerdingen di Novalis e di sette fiabe di Jakob e Wilhelm Grimm; nel '48 curerà egli stesso la raccolta questo piccolo libro che ha tutt'insieme della stam­pa dell'Ottocento e del racconto straordinario, del­l'operetta filo.sofica e del grottesco hoffmanniano, il Landolfi - un giovane scrittore del quale la nostra critica migliore ha già accolto altre prove con eccezionale consenso di simpatia - imposta un sotti­le problema di casistica morale intorno al presunto sacrilegio di una scimmia. La vicenda prende le mosse in modo assai pacato, tratteggiando le figu­re di due tipiche vies encloses, le due sorelle amiche e custodi dell'audace Tombo, unico maschio della famiglia e padrone e tiranno della casa. Poi la sco­perta del sacrilegio, l'appostamento notturno, l'in­chiesta, la sorpresa in flagrante del crimine, il pro­cesso intentato al "colpevole" e la macchinosa e feroce esecuzione capitale dello sciagurato lemure portano le due zittelle a un climax narrativo che ha pochi esempi nella letteratura contemporanea. Le pagine del processo a Tombo, le due opposte lesi di padre Alessio e di Monsignor Tostini (la difesa e l'accusa), formano la grande scena madre del rac­conto, quella destinata a destare le maggiori discus­sioni. Ma nessuno vorrà negare che per varietà di toni, nerbo e scioltezza di plessi stilistici e travolgen­te pathos intellettuale il libro del Landolfi esca dai facili schemi del genere narrativo e si ponga sul pia­no dell'arie più ardua, su quello dei maggiori "incubi" psicologici e morali della moderna lettera­tura europea ".

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di Narratori russi, di cui sarà prefatore, oltre che principale traduttore. Ma per ciò che riguarda le sue opere, questa rimarrà l'unica cessione; anche perché il Vallecchi monta probabilmente su tutte le furie, e fa in modo di riprendersi l'autore: il quale il 27 giugno '46 gli scrive a tal proposito: «[...] ricevo la tua in data di oggi, che pienamente accetto. In pari tempo ti confermo che mi scioglierò dall'impegno coll'Editore Bompiani».

Quanto alla promessa ristampa, però, a lun­go caldeggiata da Landolfi, essa non vedrà la luce per parecchi anni. « [...] e a proposito dell'editore Bompiani, non sarebbe opportu­no che tu rilevassi da lui le Due zittelle (il mio miglior racconto, dopo tutto) [...]? » scrive ad Enrico Vallecchi il 6 dicembre '52; e ancora, il 25 maggio '55: «Eppure questo [parla del Dialogo dei massimi sistemi] e le bompianiane Due zittelle (il mio migliore forse) sono due libri che vorrei subito ripresentare al giudizio del pubblico [...]». Infine, nel gennaio 1958, il volume vallecchiano: Ottavio di Saint-Vincent / preceduto da una ristampa di /Le due zittelle;e, nel giugno '61, l'opera è inclusa, senza va­rianti, in Racconti (Vallecchi), insieme a Dialo­go dei massimi sistemi, II Mar delle Blatte e altre storie, La spada, Cancroregina, Ombre, Ottavio di Saint-Vincent. Il testo è stato di recente ripro­posto da Studio Editoriale (Milano, 1985); figura inoltre nel primo volume delle Opere di T. Landolfi edite da Rizzoli (Milano, 1991), pp. 389-433.

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Landolfi non usava ritoccare granché i suoi scritti, nel corso delle varie ristampe; si dà qui conto degli avvenuti interventi sul testo pub­blicato su rivista rispetto a quello della princeps (si fa riferimento alla pagina e alla riga della presente edizione):

15,14 che portava appeso > che teneva appeso;

16,23 senza dubbio gettare il discredito > cerio gettare il discredito; 29,25 £ una grossa gabbia era giusto la dimora abituale > E una grossa gab­bia era la dimora abituale; 36,1 liberare > mon­dare; 37,1 Furono quelli invero due brutti giorni > Furono quelli due brutti giorni; 43,29 invero > in verità; 48,19 prendere alquanto riposo. > prendere riposo.; 103,12 più breve e più decisa. > più concisa.

Inoltre, tra la prima edizione e la ristampa si sono registrate le seguenti variazioni: in primo luogo i nove capitoli del volumetto Bompiani di­vengono otto più una «Conclusione»; quindi:

27,9 Era esso, > Era,; 27, 9 un « uccello cardina­le », così detto > un « uccello cardinale », così chia­mato; 36,22 i consigli dati e ricevuti, montandosi, calmandosi, > i consigli dati e ricevuti, montan­dosi il capo, calmandosi,; 39,16 candeletta elettri­ca > candelina elettrica; 52,22 il suo caso era delicato > il caso era delicato; 57,11 quasi si tro­vasse davvero su una ribalta, e aspettasse gli applausi d'uri pubblico dopo il suo esercizio. > quasi si aspettasse gli applausi d'un pubblico dopo il suo esercizio.; 71,3 la sua timidezza > la timi­dezza dell'altro; 71,5 propria sicurezza di sé. > propria sicurezza.; 71,28 che ora spiegò. > che

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spiegò.; 72,23 egli ancora riuscì a parlar dolce­mente. > egli riuscì a parlar dolcemente. ; 80,31 Giacché io, ecco, sono Dio, > Giacche io, di nuovo, sono Dio,; 94,27 sepali > lobi.

 

Venendo infine a un breve percorso critico, oltre alle pagine dedicate alle Due zittelle all'interno dei volumi monografici e delle sezioni relative allo scrittore in storie ed enciclopedie letterarie, segnaliamo:

Bàrberi Squarotti, Giorgio, Due zitelle e una scimmia per Landolfi, in «La Stampa», inserto «Tuttolibri», 9 novembre 1985.

Bo, Carlo, Un nuovo Landolfi, in « Milano Sera», 20 aprile 1946.

Boccili, Arnaldo, Landolfi e Allinea, m « II Tempo», 12 settembre 1946.

Debenedetti, Giacomo, Landolfi e la “menzo­gna», in «L'Unità», 7 luglio 1946, poi in Intermezzo, col titolo Un ricordo del 1946, Mondadori, Milano, 1963.

Falqui, Enrico, Un racconto di Landolfi, in «Risorgimento Liberale», 25 aprile 1946, poi in Prosatori e narratori del Novecento ita­liano, Einaudi, Torino, 1950 e in Novecento letterario, Vallecchi, Firenze, 1970.

Matteucci, Guidubaldo, «Le due zittelle», in Una giornata per Landolfi, Atti del conve­gno, Firenze, 26 marzo 1979, a cura di S. Romagnoli, Vallecchi, Firenze, 1981.

Schacheri, Bruno, Tommaso Landolfi, "Le due zittelle », in « Letteratura », VIII, 3, maggio-giugno 1946.

Zampa, Giorgio, Un nuovo libro di Landolfi, in «II Mondo», 26, 20 aprile 1946.

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